Le condizioni di salute si sono aggravate nella serata di ieri. A settembre si terrà la cerimonia pubblica in suo ricordo
Con la scomparsa di Francesco Guccini all’età di 86 anni, la cultura italiana perde uno dei suoi cantori più lucidi, ironici e profondi. Per oltre cinquant’anni la sua voce roca e inconfondibile ha trasformato osterie, aule universitarie e piazze in luoghi di resistenza ideale, intessendo un dialogo ininterrotto tra canzone d’autore, impegno civile e alta letteratura.
L’ultimo capitolo del Maestrone
Il declino delle sue condizioni di salute si è aggravato improvvisamente nella serata del 5 agosto, portando al decesso il 6 agosto 2026. Dopo che in passato diverse notizie smentite ne avevano falsamente annunciato la morte (nel 2012 e nel 2023), questa volta la notizia trova conferma dolorosa nell’annuncio della famiglia.
Rispettando le sue volontà esplicite, il commiato avverrà in stretta forma privata nei prossimi giorni. Sarà invece il mese di settembre ad accogliere una cerimonia pubblica, pensata per consentire a fan, amici ed estimatori di rendergli un ultimo collettivo omaggio.
L’«Eterno Studente» tra Modena, Bologna e le aule di lingua
Nato a Modena il 14 giugno 1940, Guccini trova in Bologna il suo vero polo magnetico a partire dal 1961. È sotto i portici felsinei che prende forma il mito dell’«eterno studente»: un percorso universitario ricco di esami sostenuti ma mai sfociato nella laurea, un dettaglio che il cantautore avrebbe poi ricamato con raffinata autoironia nelle sue opere.
Parallelamente ai primi passi nel rock’n’roll di fine anni Cinquanta e alle prime esperienze nel giornalismo, Guccini affianca per vent’anni l’insegnamento dell’italiano ai giovani americani del Dickinson College di Bologna (dal 1965), dimostrando fin da subito una vocazione pedagogica e linguistica mai disgiunta dalla passione musicale.
I primi successi dietro le quinte
Prima ancora che il pubblico imparasse a riconoscerne il volto e il timbro, Guccini si impone come autore fondamentale per altri interpreti degli anni Sessanta. Scrive per I Nomadi l’iconica Dio è morto, un brano manifesto che sfidò i canoni dell’epoca, censurato dalla RAI per presunta blasfemia ma paradossalmente trasmesso ed elogiato dalle frequenze di Radio Vaticana. Firma inoltre per l’Equipe 84 e per Caterina Caselli la toccante Auschwitz (Canzone del bambino nel vento), pezzo con il quale esordisce anche sul piccolo schermo nel maggio del 1967 al fianco della stessa Caselli.
Una discografia monumentale e il ritiro dalle scene
Il debutto solista avviene nel 1967 con l’album Folk Beat n. 1 (firmato semplicemente “Francesco”). Da quel momento la sua produzione discografica supera i venti titoli tra studio e live.
Tra i suoi capolavori spiccano La locomotiva e L’avvelenata, autentici canti di rivalsa sociale e invettive contro le ipocrisie del potere e del mercato discografico. Con Radici e Autogrill regala istantanee indimenticabili sulla nostalgia e la memoria, mentre in Stagioni e Ritratti (2004) ripercorre con maturità miti storici e figure iconiche, da Che Guevara a Ulisse fino a Cristoforo Colombo.
Dopo aver festeggiato i quarant’anni di carriera nel 2006 con l’antologia The Platinum Collection, nel 2012 pubblica L’ultima Thule, disco con cui dichiara il suo addio all’attività discografica per dedicarsi interamente alla scrittura. Un congedo interrotto solo da qualche sortita d’affetto, come la collaborazione per i cinquant’anni dei Nomadi con il brano Nomadi (scritto insieme a Flaco Biondini) e il recente e nostalgico album Canzoni da osteria del novembre 2023.
Oltre la musica: noir, dialetto e cinema
Ridurre Francesco Guccini alla sola chitarra sarebbe fuorviante. Il “Maestrone” è stato un intellettuale a tutto tondo, capace di muoversi con naturalezza tra linguaggi espressivi differenti. Nel campo della narrativa, si è distinto sia per i suoi romanzi autobiografici sia per la fortunata serie di gialli e noir scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli.
La sua eclettica figura culturale lo ha visto impegnato anche come sceneggiatore di fumetti, collaborando con il celebre disegnatore e amico Bonvi, oltre a coltivare un’intensa passione per la dialettologia, con approfonditi studi dedicati alle parlate dell’Appennino modenese. Non è mancata infine la parentesi cinematografica: indimenticabile la sua interpretazione del barista nel film Radiofreccia di Luciano Ligabue (1998), a cui sono seguite altre partecipazioni d’autore fino alla comparsa nel docufilm del 2023 dedicato a Enzo Jannacci.
Con la sua scomparsa si chiude un capitolo irripetibile della canzone d’autore e della narrativa d’Appennino, ma la sua eredità resta scolpita nell’immaginario collettivo di chiunque abbia cercato, nelle sue strofe, una risposta o una domanda sul senso dell’agire umano.
Alessandro Manna

