Gestiti da CGIL, CISL, UIL e costruttori, gli enti bilaterali dell’edilizia o di proprietà di Regioni e Comuni le società partecipate continuano a reclutare senza trasparenza, eludendo l’articolo 18 della Legge 68/99.
Ogni anno in Italia si contano oltre mille morti sul lavoro. Una strage silenziosa a cui si aggiunge un’ingiustizia collaterale poco raccontata: la sistematica elusione del collocamento obbligatorio destinato ai familiari superstiti.
La legge italiana, attraverso l’articolo 18 della Legge 68/1999 e le successive modifiche (tra cui la Legge 244/2007 e il DPR 333/2000), garantisce un diritto preciso ai coniugi e agli orfani dei lavoratori deceduti a causa di infortuni mortali: la riserva di posti nel mondo del lavoro, anche tramite chiamata diretta nominativa nella Pubblica Amministrazione e nelle aziende a partecipazione pubblica.
Sulla carta, si tratta di una misura di doveroso risarcimento sociale ed economico per famiglie devastate da una perdita evitabile. Nella realtà dei fatti, tuttavia, il meccanismo si inceppa sistematicamente tra i meandri della burocrazia, della mancanza di controlli e dell’arbitrio gestionale.
Il nodo più irrisolto riguarda la galassia delle aziende partecipate, delle municipalizzate e degli enti bilaterali. Le società partecipate dagli enti locali e dallo Stato, pur essendo soggette a vincoli pubblici, sfruttano spesso il regime societario di diritto privato per dribblare i vincoli del collocamento mirato. Accanto a loro c’è la rete degli enti bilaterali, gestiti congiuntamente dalle associazioni delle imprese e dalle organizzazioni sindacali confederali e di categoria di CGIL, CISL e UIL.
Il paradosso si fa eclatante nelle Casse Edili e nel sistema Formedil dei capoluoghi di provincia: strutture gestite dai sindacati e dai costruttori, finanziate da imprese e lavoratori del settore edilizio, ovvero il comparto più colpito dalle morti sul lavoro. In nessuna Cassa Edile o Formedil risulta essere mai stata applicata questa legge per riassorbire i familiari dei caduti nei cantieri. Al contrario, appare tragicomicamente più facile trovare assunto in una Cassa Edile o in un Formedil il figlio di un sindacalista o di un costruttore piuttosto che l’orfano di un operaio morto sul lavoro.
Tra municipalizzate che reclutano con criteri poco leggibili e bilaterali che usano chiamate dirette informali e consulenze “di fiducia”, le quote ex art. 18 vengono semplicemente ignorate.
Questo cortocircuito svela una profonda ipocrisia istituzionale. Da un lato politica, rappresentanze datoriali e sindacati proclamano tolleranza zero sui palchi; dall’altro ignorano le tutele minime per le famiglie di chi non è tornato a casa. Rispettare il collocamento obbligatorio è un obbligo di legge e un dovere morale improcrastinabile.
Ciro Crescentini
