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Caruso, così crollarono i Borbone

Redazione by Redazione
26 Maggio 2020
in Arte e Cultura
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La fine del Regno delle Due Sicilie

I vizi dell’Italia di oggi c’erano già tutti all’alba dell’Unità: corruzione e tradimento erano gli strumenti per transitare da un regime all’altro, mantenendo inalterati ruoli e privilegi. Fatta salva la risolutezza di Garibaldi e l’eroismo di pochi, il Paese che stava per nascere non rinunciava ai toni della commedia. Cominciamo dallo sbarco dei Mille: i comandi borbonici sanno che dal 10 maggio ogni giorno è buono per l’arrivo dei garibaldini nel Trapanese, che infatti approdano a Marsala l’11 maggio, senza che le due navi di Francesco II presenti nell’area sparino un colpo. Il motivo di tanta prudenza? Ci sono due navi inglesi in rada. Ma sulla terraferma le cose non mutano granché. A protezione dell’Isola vengono schierate colonne lungo tutta la costa tirrenica, con rinforzi anche a Catania, ma la tattica da utilizzare rimane incerta: pronti, sì, a fermare gli invasori, ma a patto che “all’annunzio dello sbarco non scoppiasse una generale insurrezione“, è l’indicazione dei comandi che rimescola tutto. “Siamo già alla sublimazione di quella tattica attendista, del mezzo passo in avanti e due passi indietro, che sarà il principale alleato di Garibaldi fino a Napoli”, scrive Alfio Caruso nel suo “Garibaldi, corruzione e tradimento” (dal 4 giugno in libreria ma già disponibile in ebook), dove attinge a diverse testimonianze, alcune poco note come il memoir di padre Giuseppe Buttà, cappellano del IX battaglione cacciatori di Francesco II. La battaglia di Calatafimi (sul campo 19 morti tra i garibaldini, 13 tra i borbonici), “fu poco più che una scaramuccia, ma da essa parte la dissoluzione del Regno delle Due Sicilie”, spiega Caruso, che imputa gravi responsabilità “al pavido generale Francesco Landi, più preoccupato di avere libera la via per Palermo che di ributtare a mare il nemico”. Landi è in buona compagnia: il comportamento di Ferdinando Lanza vacilla tra “vigliaccheria e rassegnazione al punto tale da consegnare Palermo a un Garibaldi in procinto di abbandonarla” e che invece la conquisterà al costo di 30 morti e 70 feriti. Lanza e il suo stato maggiore lasciano la Sicilia per Napoli, dove saranno arrestati e condotti a Ischia. Tutti se la caveranno. Infine, Francesco II, tra mille indecisioni dettate dal suo carattere, si ritrova circondato da ministri e cortigiani spesso a libro paga di Cavour, inizialmente poco propenso ad annettere il Regno delle Due Sicilie, ma presto interessato all’opportunità che gli veniva offerta a un prezzo così poco oneroso. Accanto a Franceschiello, la figura che primeggia per lealtà e coraggio è la sua consorte, Maria Sofia, sorella di Sissi, l’imperatrice d’Austria, moglie di Francesco Giuseppe. Nell’Isola, l’aristocrazia si schiera con Garibaldi: “Mai come nell’impresa siciliana – scrive Caruso – l‘incombenza delle logge sarà così massiccia. Una sintonia che si ripeterà nel 1943 fra le obbedienze anglo statunitensi e quelle siciliane. In entrambe le occasioni l’appoggio all’invasore è dettato dal desiderio di evitare ogni pericolo di sollevazione popolare e assalto ai feudi”. Finisce un po’ a tarallucci e vino, con l’energico Alexandre Dumas che veleggia fino a Palermo per incontrare Garibaldi, insieme a una giovane amante, e viene rapito dalla bontà della zucca candita

Tags: borboneFrancesco IIgaribaldi
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