Il movimento attacca il fronte politico favorevole alla Tav e denuncia un’opera che definisce un «pozzo di San Patrizio» da 14,7 miliardi di euro
Ventimila persone sono tornate a sfilare in Val di Susa per ribadire un messaggio che da oltre trent’anni accompagna la mobilitazione contro la nuova linea ferroviaria Torino-Lione: «Ora e sempre No Tav». In massa hanno preso parte alla tradizionale “Marcia verso i cantieri della devastazione”, organizzata nell’ambito della decima edizione del Festival Alta Felicità.
Ad aprire il corteo lo storico striscione «C’eravamo, ci siamo, ci saremo. Ora e sempre No Tav», seguito da migliaia di cittadini, amministratori locali, associazioni e attivisti provenienti da tutta Italia. Una mobilitazione che continua a denunciare quella che viene definita una delle più grandi opere pubbliche controverse del Paese.
Al centro della protesta c’è l’aumento dei costi della Torino-Lione, che hanno raggiunto 14,7 miliardi di euro, con un incremento del 127% rispetto alle stime iniziali. Per il movimento No Tav, questi numeri rappresentano la dimostrazione di un progetto sempre più oneroso, destinato ad assorbire enormi quantità di denaro pubblico senza offrire benefici proporzionati.
Secondo i manifestanti, l’attenzione mediatica si concentra troppo spesso sugli eventuali momenti di tensione con le forze dell’ordine, lasciando invece in secondo piano le questioni che ritengono centrali: la crescita dei costi, i ritardi accumulati e i dubbi sull’effettiva utilità dell’infrastruttura.
Tra le principali contestazioni vi è quella relativa al traffico merci. Il movimento sostiene che la linea ferroviaria esistente tra Italia e Francia sia ancora ampiamente sottoutilizzata e che potrebbe essere ammodernata con investimenti decisamente inferiori rispetto alla costruzione di una nuova linea ad alta velocità. Per questo motivo, gli oppositori giudicano la Torino-Lione un’opera inutile, nata da scelte politiche e interessi economici piuttosto che da reali esigenze del territorio.
Forte anche la denuncia sul fronte ambientale. Per il popolo No Tav, la realizzazione dell’opera comporta la trasformazione irreversibile della Val di Susa, con montagne perforate da decine di chilometri di gallerie, enormi cantieri, consumo di suolo e milioni di metri cubi di materiale da scavare. Un impatto che, secondo gli attivisti, comprometterebbe uno degli ecosistemi alpini più delicati e preziosi.
Sul piano politico, il sostegno alla Torino-Lione continua ad arrivare da gran parte delle forze parlamentari. Il progetto ha raccolto nel tempo l’appoggio di Partito Democratico, Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Movimento 5 Stelle e, in forme e con posizioni differenziate nel corso degli anni, anche altre forze politiche come Alleanza Verdi e Sinistra. Una convergenza che il movimento No Tav critica duramente, accusando la politica di continuare a difendere un’infrastruttura considerata un gigantesco spreco di risorse pubbliche.
Per gli oppositori, la Torino-Lione è ormai diventata un vero e proprio “pozzo di San Patrizio”, capace di assorbire miliardi di euro mentre il Paese continua a fare i conti con carenze nella sanità, nella scuola, nei trasporti locali e nella manutenzione del territorio. Risorse che, secondo il movimento, potrebbero essere investite per migliorare la rete ferroviaria esistente e rispondere alle esigenze quotidiane dei cittadini, anziché finanziare una grande opera ritenuta priva di reale utilità.
La manifestazione si è svolta nell’ambito del Festival Alta Felicità, appuntamento che ogni anno unisce musica, cultura, dibattiti e iniziative dedicate ai temi dell’ambiente, della pace e della difesa del territorio.
A oltre trent’anni dall’inizio della contestazione, il movimento No Tav dimostra ancora una volta di essere una delle mobilitazioni popolari più longeve d’Italia. Una protesta che continua a chiedere lo stop definitivo a quella che considera un’opera dai costi fuori controllo, inutile sotto il profilo trasportistico e destinata a lasciare una ferita permanente nel paesaggio e nell’ambiente della Val di Susa.
Ciro Crescentini
