Un viaggio fotografico tra le vite femminili della città sepolta dal Vesuvio
All’Istituto Italiano di Cultura di Oslo si apre un nuovo capitolo del racconto su Pompeii antica, questa volta attraverso uno sguardo fotografico dedicato alle donne. La mostra “Essere donna nell’antica Pompei”, inaugurata l’11 giugno 2026, resterà visitabile fino al 4 settembre 2026 negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di Oslo, proponendo al pubblico norvegese un percorso visivo che rielabora e amplia un precedente allestimento ospitato fino a gennaio nella Palestra Grande del Parco Archeologico di Pompei.
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra l’istituto culturale italiano in Norvegia e il Parco Archeologico, con l’obiettivo di tradurre in linguaggio fotografico una ricerca più ampia dedicata alla presenza femminile nella società romana. Non si tratta di una semplice replica, ma di una reinterpretazione per immagini: un adattamento pensato per rendere itinerante un percorso espositivo che, a Pompei, aveva già intrecciato reperti, iscrizioni e testimonianze materiali.
L’apertura della mostra è stata accompagnata da una conferenza che ha visto protagoniste le studiose Monica Salvadori e Monica Baggio, entrambe docenti di Archeologia classica presso l’Università di Padova, insieme a Francesca Ghedini. Le curatrici hanno presentato al pubblico i nuclei tematici del progetto, soffermandosi sul metodo di ricerca e sulla costruzione narrativa che ha permesso di ricomporre, attraverso tracce frammentarie, le storie femminili dell’antica città vesuviana.
Tra i presenti all’inaugurazione figuravano anche l’ambasciatore italiano Stefano Nicoletti e due importanti studiosi norvegesi del mondo romano, Knut Ødegård e Jon Iddeng, a testimonianza del forte dialogo scientifico e culturale che il progetto intende rafforzare tra Italia e Norvegia.
Il fulcro dell’esposizione è la ricostruzione di cinque figure femminili, appartenenti a contesti sociali differenti, raccontate attraverso un raffinato montaggio di immagini fotografiche, reperti e testimonianze visive. Le protagoniste sono Amaryllis, tessitrice; Asellina, ostessa; Eumachia, imprenditrice; Nevoleia Tyche, liberta; ed Eutychis, schiava. Ognuna di loro emerge da un mosaico di ritratti privati e funerari, affreschi, graffiti, iscrizioni e oggetti d’uso quotidiano, che ne delineano la presenza nella vita economica, sociale e domestica della città.
La scelta curatoriale mette in evidenza la pluralità delle condizioni femminili nel mondo romano, mostrando come l’identità delle donne non fosse monolitica, ma articolata in ruoli, status e possibilità diverse. Attraverso queste biografie frammentarie, la mostra invita a leggere la quotidianità antica non solo attraverso le grandi narrazioni politiche e militari, ma anche tramite le tracce più intime e silenziose lasciate da chi raramente ha trovato spazio nelle fonti ufficiali.
Le immagini esposte restituiscono così una Pompei diversa, più raccolta e al tempo stesso più complessa, in cui la vita femminile si manifesta nelle attività produttive, nella gestione delle attività commerciali, nei riti funebri e nelle forme di auto-rappresentazione sociale. È un racconto che si costruisce per indizi, in cui ogni reperto diventa una tessera utile a ricomporre un quadro più ampio della società antica.
Secondo la direttrice dell’Istituto, Raffaella Giampaola, la mostra offre al pubblico norvegese l’occasione di avvicinarsi a uno dei siti archeologici più significativi al mondo da una prospettiva meno consueta, capace di restituire profondità alla dimensione quotidiana dell’antichità. L’accento sulla componente femminile consente infatti di superare una lettura centrata esclusivamente sulle élite e sugli eventi eccezionali, valorizzando invece le esperienze diffuse.
Anche il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel, sottolinea come il progetto si inserisca in un percorso di ricerca ancora aperto. L’attenzione alle donne di Pompei non viene presentata come un tema concluso, ma come un campo di studio in continua evoluzione, che invita a riconsiderare le fonti e a interrogare nuovamente ciò che si credeva già noto.
L’allestimento fotografico di Oslo diventa così una tappa internazionale di un’indagine più ampia, che unisce ricerca archeologica, divulgazione e sperimentazione visiva. Le immagini di Luigi Spina, Silvia Vacca e Amedeo Benestante contribuiscono a trasformare i reperti in narrazione, dando forma a un racconto che attraversa il tempo e riporta alla luce voci rimaste a lungo ai margini.
In questa prospettiva, la mostra non si limita a presentare il passato, ma lo interroga. E nel farlo, restituisce a Pompeii un volto meno monumentale e più umano, in cui la storia delle donne diventa chiave interpretativa per comprendere l’intera società romana.
Alessandro Manna

