Dalle minacce online all’attacco fatale
Amal Khalil, giornalista libanese del quotidiano Al Akhbar, è stata uccisa nel sud del Libano durante un bombardamento israeliano mentre documentava gli effetti della guerra nella zona di Bint Jbeil. Insieme alla collega Zeinab Faraj, si trovava nei pressi del villaggio di Tayri quando un drone ha colpito un’auto davanti a loro. Le due si sono rifugiate in un’abitazione, ma poco più di un’ora dopo anche quell’edificio è stato bombardato. Faraj è stata soccorsa gravemente ferita, mentre il corpo di Khalil è stato recuperato solo ore dopo.
Già nel 2024, la giornalista aveva ricevuto minacce dirette via WhatsApp da un numero israeliano riconducibile al podcaster Gal Gideon Ben Avraham, che sosteneva di conoscere i suoi spostamenti e la invitava a lasciare il Paese: “Sappiamo dove ti trovi e ti raggiungeremo”. Dopo l’uccisione, lo stesso autore delle minacce ha ribadito pubblicamente posizioni secondo cui i giornalisti presenti nel sud del Libano sarebbero legati a Hezbollah.
Il caso si inserisce in un contesto più ampio: dall’ottobre 2023 numerosi giornalisti libanesi e palestinesi sono stati uccisi durante operazioni militari israeliane, spesso mentre erano chiaramente identificabili come stampa. In diversi episodi non sono state fornite spiegazioni ufficiali o sono state avanzate accuse di legami con gruppi armati.
La sequenza degli eventi che ha portato alla morte di Amal Khalil restituisce l’immagine di un territorio in cui il lavoro giornalistico si muove costantemente sul confine tra testimonianza e pericolo immediato. Quel pomeriggio, la strada che attraversa Tayri era già segnata dai bombardamenti: edifici danneggiati, veicoli abbandonati, silenzi interrotti solo dal rumore distante dei droni.
Quando l’auto davanti alla loro è stata colpita, Amal Khalil e Zeinab Faraj hanno reagito d’istinto. Non c’era tempo per valutare alternative, solo per cercare un riparo. La casa in cui si rifugiano diventa, per poco più di un’ora, un fragile spazio di attesa. In quei minuti sospesi riescono a comunicare con le redazioni e con i familiari, mentre all’esterno la situazione resta incerta e potenzialmente letale.
La richiesta di evacuazione coinvolge rapidamente le istituzioni libanesi e gli organismi internazionali, ma la risposta sul campo si rivela lenta e ostacolata. Quando arriva il secondo attacco, alle 16:27, interrompe definitivamente ogni possibilità di uscita in sicurezza.
Le operazioni di soccorso raccontano un ulteriore livello di complessità: accessi limitati, ritardi, condizioni di rischio continuo. Zeinab Faraj viene trovata viva, seppur gravemente ferita. Per Amal Khalil, invece, non c’è nulla da fare. Il suo corpo verrà recuperato solo dopo, quando l’area sarà parzialmente raggiungibile.
A rendere ancora più inquietante la vicenda è il filo che collega l’episodio alle minacce ricevute mesi prima da Gal Gideon Ben Avraham, che in uno dei messaggi aveva scritto: “Ti suggerisco di trasferirti altrove, se vuoi restare in vita”. Parole che, rilette oggi, assumono un significato diverso, alla luce dell’esito finale.
Nel racconto che segue la sua morte, emergono anche le narrazioni contrapposte. Da una parte chi denuncia un attacco deliberato contro operatori dell’informazione; dall’altra chi continua a sostenere, come lo stesso Gal Gideon Ben Avraham, che “chi lavora nel sud del Libano non può essere indipendente”.
In mezzo, resta il lavoro quotidiano di chi documenta la guerra. Un lavoro che, nel sud del Libano come in altri teatri di conflitto, si svolge sempre più spesso sotto la minaccia diretta, dove il confine tra osservatore e bersaglio appare ogni giorno più sottile.
Alessandro Manna

