Alagie Singath si toglie la vita tra fango e baracche. La denuncia di USB: “Un omicidio politico figlio dell’abbandono istituzionale”.
Aveva festeggiato il suo ventinovesimo compleanno appena ventiquattr’ore prima. Ma per Alagie Singath, il regalo della vita non è stato altro che l’ennesimo giorno di fango, isolamento e invisibilità. Il suo corpo è stato trovato senza vita, impiccato, nell’insediamento informale di Torretta Antonacci, il “ghetto” della Capitanata che solo ieri era stato messo in ginocchio da un’alluvione devastante.
La denuncia arriva dall’Unione Sindacale di Base (USB), che da anni segue il calvario di chi, come Alagie, vive e lavora nelle campagne pugliesi. Il sindacato non usa mezzi termini: quello che è accaduto non è una fatalità, ma l’esito tragico di un sistema che ha deliberatamente scelto di ignorare gli ultimi.
Un “inferno” tra fango e abbandono
Il decesso di Singath avviene in un contesto di degrado estremo, aggravato dalle recenti piogge che hanno isolato centinaia di braccianti. «Non sappiamo ancora se esista un nesso diretto tra questo gesto estremo e l’alluvione che solo ieri ha sommerso Torretta Antonacci, isolando centinaia di persone nell’acqua e nel fango», scrive l’USB in una nota carica di rabbia. «Ma quello che sappiamo, quello che nessuna indagine può smentire, è il contesto: e il contesto è un inferno».
Alagie viveva in Italia da almeno cinque anni. Durante l’emergenza Covid aveva cercato una via d’uscita istituzionale, consegnando i propri documenti ai delegati sindacali con la speranza di ottenere «un tetto, un documento e una dignità che questo paese gli ha sempre negato». Speranze naufragate contro il muro di gomma della burocrazia e dell’inerzia politica.
La catena delle responsabilità
Il sindacato punta il dito contro la gestione dei fondi pubblici. Nonostante i 100 milioni di euro stanziati per il superamento degli insediamenti informali, le baracche e i container sono ancora lì. «È il risultato finale di una catena di responsabilità precise: lo sfruttamento lavorativo nei campi, il caporalato, l’assenza di alloggi dignitosi, l’abbandono sanitario e psicologico».
Per l’USB, la morte di un bracciante in un ghetto non può essere archiviata come un fatto privato. «È un fatto politico», tuonano i rappresentanti dei lavoratori, sottolineando come ogni anello di questa catena di sofferenza abbia «un responsabile con nome e cognome, con una carica istituzionale, con un mandato politico tradito».
Le richieste: presidio sanitario e trasparenza sui fondi
Dall’emergenza si è passati alla tragedia nel giro di poche ore, ma la verità – dicono dal sindacato – è che questa tragedia è sistemica. Alagie è solo l’ultimo di una lunga lista di vittime: morti di freddo, di caldo, negli incendi o di fatica.
L’Unione Sindacale di Base ha avanzato tre richieste urgenti: Piena luce sulle circostanze della morte e assistenza alla famiglia del giovane. Attivazione immediata di un presidio sanitario e psicologico permanente all’interno di Torretta Antonacci. Risposte dal Governo sulla mancata attuazione del piano di superamento dei ghetti e sulla destinazione dei 30 milioni di euro attualmente stanziati.
«Non ci limiteremo a contare i morti», conclude il comunicato. La promessa è quella di continuare a lottare affinché chi lavora la terra in Italia abbia finalmente «diritto alla vita e non alla morte nel silenzio di una baracca di cui a nessuno importa nulla».
CiCre
