Il Consiglio comunale aveva votato a favore, ma i burocrati ignorano la decisione e scoppia la polemica legale.
Quando la burocrazia ignora la democrazia: il caso del canile di Agnano e dei 74 animali “inermi”. A Napoli esiste una struttura che da oltre quarant’anni accoglie cani anziani, randagi e animali difficilmente ricollocabili. Una realtà nata prima ancora che il tema della tutela animale entrasse stabilmente nell’agenda pubblica. Oggi quella struttura – il canile di via Scarfoglio, ad Agnano – e i 74 animali che ospita rischiano lo sgombero, nonostante una mozione del Consiglio comunale approvata all’unanimità.
La vicenda non riguarda solo una cittadina, né soltanto il destino di decine di animali. Riguarda il rispetto delle istituzioni democratiche, il rapporto tra indirizzo politico ed esecuzione amministrativa, e il significato concreto della parola “esseri senzienti”. Una storia che nasce da lontano.
Il canile di Agnano non è una struttura improvvisata. Esiste da 44 anni ed è stato per decenni un presidio di fatto per la gestione del randagismo, in anni in cui il Comune non disponeva ancora di un canile pubblico. A portarlo avanti, negli ultimi anni completamente da sola, è Dea Buonocore, titolare dell’associazione per la difesa degli animali e la valorizzazione del Mastino Napoletano.
Dopo la perdita del padre – ideatore del progetto e figura centrale della struttura – e, a breve distanza, della madre, Dea Buonocore ha continuato l’attività in condizioni sempre più difficili: senza supporto economico pubblico, con lavori saltuari serali, affrontando anche problemi di salute. Una scelta non retorica, ma concreta: o pagare il fitto, o garantire cibo e cure agli animali.
In questi anni, secondo quanto documentato, non sono mancati conflitti personali, denunce, diffamazioni e un contenzioso mai sopito con l’ex socio dell’associazione. Ma nulla di tutto questo aveva mai interrotto l’attività del canile.
La mozione del Consiglio comunale: un atto politico chiarissimo.
Il punto di svolta arriva il 4 luglio 2023. Il Consiglio comunale di Napoli approva a larghissima maggioranza (con un solo voto contrario) una mozione che impegna sindaco e giunta a: concedere in comodato d’uso gratuito il suolo pubblico su cui insiste il canile di via Scarfoglio; riconoscere il valore sociale, assistenziale e ambientale dell’attività svolta dall’associazione; tutelare la continuità della struttura e il benessere degli animali ospitati.
La mozione si fonda su un quadro normativo preciso: il regolamento comunale sul comodato d’uso gratuito;
la legge regionale della Campania n. 16/2001 sulla tutela degli animali d’affezione; pareri amministrativi che qualificano i canili come servizi di interesse pubblico; il principio, ormai consolidato, degli animali come esseri senzienti.
Non si tratta di una raccomandazione vaga, ma di un indirizzo politico formale, espresso dall’organo che rappresenta direttamente la città. Lo strappo istituzionale. Eppure, a distanza di mesi, accade l’impensabile.
Due dirigenti comunali – uno dei quali responsabile del patrimonio – si oppongono all’attuazione della mozione, sostenendo posizioni che, nei fatti, ne neutralizzano completamente gli effetti. L’indirizzo del Consiglio viene trattato come irrilevante, quasi accessorio.
Il 13 gennaio, arriva l’atto più grave: una PEC che dispone lo sgombero della struttura e lo spostamento degli animali in altre sedi, accompagnata da motivazioni che – secondo la documentazione in possesso della titolare – contengono inesattezze e omissioni storiche. In un colpo solo: si ignora una mozione votata all’unanimità;
si cancella una storia quarantennale; si decide il trasferimento forzato di animali anziani e fragili, con rischi evidenti per la loro salute.
Il nodo democratico: chi comanda davvero? La domanda che emerge da questa vicenda va oltre il singolo caso. Se una mozione del Consiglio comunale – massimo organo di rappresentanza democratica – può essere disattesa da uffici dirigenziali senza conseguenze immediate, allora il problema non è tecnico, ma istituzionale.
Il Consiglio comunale: rappresenta i cittadini; indirizza l’azione amministrativa; può sfiduciare il sindaco.
Se le sue decisioni diventano opzionali, il rischio è chiaro: una burocrazia autoreferenziale che scavalca la volontà popolare.
Gli animali al centro, non come oggetti ma come soggetti. In tutto questo, i grandi assenti dal dibattito amministrativo sembrano essere proprio loro: i 74 animali ospitati nel canile di Agnano. Cani anziani, cani salvati dal randagismo, animali che difficilmente sopravviverebbero a uno spostamento traumatico.
La legge parla chiaro: non sono “cose”, ma esseri senzienti. Eppure, nei fatti, vengono trattati come pacchi da trasferire. La battaglia non si ferma.
Dea Buonocore ha annunciato il ricorso al TAR e l’intenzione di denunciare quanto sta accadendo come una forma di maltrattamento istituzionale degli animali, oltre che come violazione del principio democratico.
Non chiede privilegi, né riconoscimenti personali. Chiede coerenza, legalità e rispetto: rispetto per una decisione unanime del Consiglio comunale; rispetto per una struttura che ha supplito per decenni alle carenze pubbliche; rispetto per vite che non possono difendersi.
Perché se una città ignora chi si prende cura dei più deboli – umani o animali che siano – allora il problema non è un canile. È il modello di società che si sta costruendo.
CiCre
