Otto misure cautelari per la presunta rete che aggirava i controlli delle Prefetture
La Polizia di Stato di Bologna, sotto il coordinamento della Procura felsinea e della Direzione Distrettuale Antimafia, ha disarticolato un presunto sistema criminale che avrebbe favorito l’ingresso irregolare di cittadini stranieri in Italia tramite la presentazione di centinaia di domande di nulla osta fittizie legate al Decreto Flussi.
L’operazione ha portato all’esecuzione di otto misure cautelari — tra carcere, domiciliari e obbligo di firma — e coinvolge complessivamente 25 persone indagate per reati che vanno dall’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, alla truffa aggravata, fino al falso ideologico.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, un gruppo strutturato avrebbe gestito un falso Caf-Centro di Assistenza Fiscale, attraverso il quale venivano inoltrate alle Prefetture decine di istanze falsificate, con documentazione irregolare e datori di lavoro inesistenti o inconsapevoli. L’organizzazione, attiva principalmente nelle province di Bologna, Foggia e Milano, avrebbe beneficiato delle criticità normative allora presenti nella procedura del Decreto Flussi, sfruttando l’alto numero di pratiche da evadere e il meccanismo del silenzio-assenso previsto dalla legge dell’epoca.
Gli stranieri coinvolti — provenienti da Paesi come Marocco, Tunisia, Pakistan, Bangladesh e Sri Lanka — avrebbero pagato tra i 3 mila e i 10 mila euro per ottenere un nulla osta finalizzato al lavoro stagionale. Una volta arrivati in Italia, molti scoprivano che l’offerta di lavoro non esisteva o che il datore non aveva mai presentato alcuna richiesta.
Le indagini, avviate nel 2022 dopo la denuncia di un datore di lavoro truffato da un’agenzia multiservizi di Imola, hanno permesso di ricostruire l’intera presunta filiera del sistema. L’agenzia, che si presentava come Caf, operava con due sedi a Imola e ulteriori punti a Massalombarda (Ravenna) e Ancona.
Al centro dell’inchiesta vi sarebbe un 51enne abruzzese, considerato dagli investigatori il presunto promotore del meccanismo illecito e finito in carcere. Misure cautelari hanno raggiunto anche i due figli, una donna bolognese che si sarebbe finta datrice di lavoro e un presunto socio pugliese. Una misura nei confronti di un cittadino tunisino non è stata eseguita perché l’uomo si trova all’estero.
Nella rete degli indagati compaiono inoltre diversi collaboratori, italiani e stranieri, che avrebbero agito come intermediari o come prestanome per ditte create ad hoc allo scopo di legittimare le domande.
Secondo la Questura, il presunto sistema avrebbe permesso di aggirare i controlli delle Pubbliche Amministrazioni e di avanzare circa 500 domande irregolari, poggiando su documenti falsi, modelli incompleti o generalità inventate.
Le indagini proseguono per accertare eventuali ulteriori responsabilità e il volume economico complessivo dell’attività illecita.
Ciro Crescentini

