Riceviamo e pubblichiamo integralmente
Il 2025 segna un traguardo simbolico e inquietante insieme: dieci anni di Rapporti dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), dieci anni di promesse, progressi e arretramenti in una corsa collettiva verso gli Obiettivi dell’Agenda 2030. Ma il bilancio tracciato dal Rapporto Annuale ASviS 2025 restituisce un’immagine severa del mondo e del nostro Paese: solo il 18 per cento dei target globali è oggi sulla buona strada per essere raggiunto entro il 2030. Il resto procede a rilento, o addirittura arretra, travolto da un intreccio di crisi economiche, sociali, ambientali e geopolitiche che stanno ridefinendo il concetto stesso di sviluppo.
La fotografia globale che emerge dal documento è quella di un pianeta sempre più diseguale. Una persona su dieci vive ancora in povertà estrema, una su undici soffre la fame, mentre 272 milioni di bambini non vanno a scuola. A peggiorare il quadro è l’aumento dei conflitti armati, mai così numerosi dalla Seconda guerra mondiale: cinquantanove guerre in corso, 50mila vittime civili solo nel 2024 e una spesa militare mondiale record di 2.700 miliardi di dollari, destinata a salire fino a 6.600 miliardi nel 2035. Mentre il clima precipita – il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con un aumento medio di +1,55 gradi – la cooperazione internazionale si ritrae, i fondi ONU si riducono del 30 per cento e la povertà energetica colpisce quasi due miliardi di persone. La sensazione è che la corsa contro il tempo si stia trasformando in una rincorsa disperata.
Neanche l’Europa, che per anni si è proposta come “campionessa dello sviluppo sostenibile”, appare oggi all’altezza delle proprie dichiarazioni. Il Rapporto ASviS parla esplicitamente di “ritardi e arretramenti”: rispetto al 2010, tre Obiettivi di Sviluppo Sostenibile peggiorano (riduzione delle disuguaglianze, vita sulla terra, partnership per gli obiettivi), sette migliorano in modo minimo, e solo cinque mostrano una crescita significativa. A fronte di un linguaggio politico sempre più ricco di richiami all’Agenda 2030, le scelte concrete della Commissione e del Consiglio europeo tradiscono una direzione opposta: spese militari in aumento, accordi commerciali che derogano alle regole ambientali, eccessive semplificazioni normative che indeboliscono la rendicontazione di sostenibilità e i meccanismi di responsabilità d’impresa. Il rischio, osserva l’Alleanza, è che l’Unione perda la sua funzione di modello globale, diventando essa stessa vittima delle logiche di potere che vorrebbe correggere.
L’Italia non fa eccezione. Anzi, il suo quadro risulta «decisamente insoddisfacente». Con gli andamenti attuali, solo il 29 per cento dei target nazionali appare raggiungibile entro il 2030. Sei Obiettivi peggiorano, quattro restano stabili e soltanto sette migliorano, mentre le disuguaglianze territoriali restano profonde. Gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES), pubblicati dal Governo, confermano una stagnazione generalizzata: nei prossimi anni si prevede una crescita reale dei redditi dello 0,9 per cento annuo, ma nessun miglioramento per disuguaglianze, povertà, salute o istruzione. La percezione pubblica riflette questo immobilismo: il 51 per cento degli italiani si sente escluso o marginalizzato, e sebbene quasi l’80 per cento riconosca nella transizione ecologica un investimento per il futuro, la fiducia nelle istituzioni continua a restare fragile.
C’è tuttavia un elemento di discontinuità che il Rapporto mette al centro del dibattito: la proposta di un Piano per l’Accelerazione Trasformativa (PAT), un programma di medio periodo ispirato al Rapporto scientifico delle Nazioni Unite (GSDR 2023) e articolato su cinque “leve trasformative” – governance, economia, scienza, partecipazione e sviluppo delle capacità – e sei “punti d’ingresso” strategici, dal benessere umano alla decarbonizzazione, dalla rigenerazione urbana alla protezione dei beni comuni. Il PAT rappresenta, nelle intenzioni dell’ASviS, lo strumento per riorientare la politica pubblica italiana secondo logiche di “strategic foresight”, cioè di previsione e costruzione del futuro, superando la frammentarietà delle misure e i cortocircuiti tra leggi, piani e programmi. La proposta è ambiziosa: introdurre una Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) per ogni nuova legge; rivedere la Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile entro il 2026; adottare una Legge nazionale sul clima; istituire un’Assemblea Nazionale sul Futuro per coinvolgere la società civile, in particolare le giovani generazioni, nella progettazione delle politiche pubbliche. A queste misure si affianca la richiesta di un forte coordinamento tra le amministrazioni centrali e locali, per garantire che i fondi europei e nazionali – dal PNRR al Piano Strutturale di Bilancio – siano coerenti con gli impegni internazionali assunti dall’Italia, dal Patto sul Futuro all’Accordo di Parigi.
Il messaggio che attraversa il Rapporto è netto: la sostenibilità non può più essere considerata un capitolo tematico delle politiche economiche, ma deve costituire la loro architettura portante. Per l’Italia, ciò significa affrontare tre nodi strutturali – disuguaglianza, fragilità ambientale, inefficienza istituzionale – con una visione integrata che tenga insieme giustizia sociale, transizione ecologica e democrazia partecipata. La stessa ASviS propone di rendere operativa una “governance anticipante”, dotando la Pubblica Amministrazione di strumenti di valutazione preventiva degli impatti ambientali e sociali, e di capacità di decisione basate su dati e scenari previsionali.
Dieci anni di monitoraggio sull’Agenda 2030 dimostrano che non bastano più le buone intenzioni. Occorre un salto di paradigma, un’alleanza tra istituzioni, imprese e cittadini per costruire un nuovo patto generazionale fondato su responsabilità, conoscenza e fiducia. L’Italia dispone delle competenze e delle risorse per farlo, ma deve scegliere di impiegarle in modo coerente e lungimirante. In caso contrario, rischia di arrivare al 2030 con l’amara consapevolezza di aver mancato non solo un obiettivo internazionale, ma l’occasione di costruire un futuro più giusto e vivibile per sé stessa.
Giovanni Di Trapani

