Solo il 46% vota: il sistema tiene, la democrazia vacilla. Il centrosinistra e il M5S ai minimi termini
Le recenti elezioni regionali in Calabria hanno consegnato la vittoria al governatore uscente Roberto Occhiuto, con un margine netto — quasi venti punti — sull’avversario di centrosinistra, l’ex presidente INPS Pasquale Tridico. Ma nonostante i titoli trionfalistici, la vera protagonista di questa tornata elettorale è stata l’astensione: solo il 46% degli aventi diritto si è recato alle urne. Un dato drammatico, che certifica una frattura profonda tra cittadini e istituzioni, e che dovrebbe far tremare i polsi a chi ancora crede nella rappresentanza democratica. Ma così non è. Tutto scorre, tutto si normalizza. A molti, del resto, una bassa affluenza fa comodo.
Occhiuto, seppur coinvolto in un’inchiesta per corruzione, ha vinto a mani basse. Ha vinto nonostante — o forse grazie a — una rete di potere radicata, solida, impermeabile agli scandali. In Calabria, come altrove, l’etica pubblica è ormai considerata un lusso. L’idea che un avviso di garanzia possa compromettere una candidatura sembra appartenere a un’altra epoca. Il voto è diventato un atto difensivo: si vota per conservare, non per cambiare.
A perdere, insieme all’opposizione, è soprattutto la speranza. Il “campo largo” del centrosinistra si è rivelato ancora una volta un fragile contenitore senz’anima. Tridico, figura rispettabile e competente, non è riuscito a rappresentare un progetto, un’alternativa, un’idea di futuro. Le alleanze costruite a tavolino, senza radicamento né partecipazione, non funzionano. Non convincono. Non scaldano i cuori, né muovono le gambe verso i seggi.
Il Movimento 5 Stelle, poi, esce definitivamente ridimensionato. Dopo anni di slogan contro la casta, il M5S si ritrova privo di identità, stretto tra una voglia di rispettabilità istituzionale e un passato di rottura che non riesce più a interpretare. I suoi elettori storici, delusi, non hanno votato per altri. Hanno smesso di votare. Un giudizio più pesante di qualsiasi sconfitta.
Ma una batosta politica l’ha incassata anche il Partito Democratico, incapace di parlare ai giovani, ai pacifisti, agli astensionisti. L’ambiguità del PD su temi cruciali come la guerra, il riarmo, la Palestina, il sostegno incondizionato all’Ucraina, ha alimentato un distacco crescente tra il partito e una parte sempre più larga della sua base potenziale. Mentre le piazze si riempiono per chiedere il cessate il fuoco a Gaza e una revisione delle politiche belliciste dell’Occidente, il PD resta sospeso in una linea diplomatica timorosa, che non prende posizione chiara né contro il massacro palestinese né contro la deriva militarista dell’Europa. Un vuoto che si paga, anche — e soprattutto — alle urne.
Eppure i giovani, gli stessi che disertano le urne, sono tutt’altro che apatici. Scendono in piazza per la Palestina, per l’ambiente, contro il riarmo. Hanno idee, passioni, rabbia, ma non si riconoscono più nel meccanismo elettorale, percepito come inefficace, vecchio, manipolato. Questa non è disaffezione: è un atto politico. È il rifiuto consapevole di un sistema che non offre alternative vere, ma solo ruoli da comparse in una recita stanca.
La Calabria non è un’eccezione: è uno specchio. Riflette una crisi democratica più ampia, che attraversa l’Italia intera. Quando la politica smette di rappresentare e diventa solo gestione del potere, la partecipazione si spegne. E con essa si spegne la democrazia.
Chi ha a cuore il futuro di questo Paese — e non solo il suo posizionamento in una lista elettorale — dovrebbe smetterla di inseguire accordi e iniziare a ricostruire un rapporto con la società reale. Con chi lotta ogni giorno, con chi non si arrende, con chi ha ancora voglia di cambiare.
Il tempo delle scorciatoie è finito. Serve coraggio, visione, e soprattutto verità.
Ciro Crescentini

