Mentre Mosca apre al dialogo, Bruxelles e Kiev giocano la parte degli ostinati. L’obiettivo? Far naufragare ogni accordo.
Dopo un faccia a faccia con Donald Trump, il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato un messaggio chiaro all’Europa: “Speriamo che le capitali europee non mettano i bastoni tra le ruote ai progressi che stiamo cercando di fare”. Ma era come parlare al vento. Già nelle ore successive, infatti, Bruxelles e i suoi alleati si sono messi in moto per smontare ogni spiraglio di accordo.
Trump, subito dopo il vertice con Putin, ha telefonato a Zelensky per aggiornarlo. La chiamata è durata un’ora e mezza, e dopo di lui, Trump ha parlato anche con diversi leader europei. Zelensky, almeno a parole, ha detto di essere disposto a lavorare per la pace e ha accettato la proposta di un incontro trilaterale con USA e Russia. Ma dietro le dichiarazioni di facciata si nasconde tutt’altro.

Dopo aver salutato Trump, Zelensky si è rimesso a trattare con i leader europei, i veri registi di questa guerra infinita. Non a caso, nel giro di due ore, è arrivata una dichiarazione congiunta firmata da Von der Leyen, Macron, Meloni, Merz, Starmer, Tusk, Costa e Stubb. Un documento che, al di là dei soliti slogan su democrazia e giustizia, ribadisce una sola cosa: niente accordi con Mosca, avanti con le armi, avanti con le sanzioni.

I punti chiave sono semplici:
- Apertura a un vertice trilaterale, ma solo con l’Europa al tavolo.
- Garanzie di sicurezza incondizionate per Kiev.
- Nessun compromesso sui territori: solo l’Ucraina può decidere.
- Sanzioni contro la Russia rafforzate, finché non ci sarà una “pace giusta”.
In pratica, l’Europa non vuole cedere di un millimetro, anche se questo significa bloccare sul nascere una possibile soluzione diplomatica. E mentre Putin e Trump mostrano disponibilità a trattare, Bruxelles resta ancorata a una linea dura che serve più gli interessi di potere che quelli della pace.

Il vero problema ora è che Trump non tratta più solo con Putin, ma anche contro Zelensky e l’Unione Europea, che sperano ancora in un cambio di rotta. Ma le carte sul tavolo sono cambiate: questa volta è stato Putin a proporre un accordo, Trump ha dato il suo ok e ora tocca a Zelensky rispondere. Sì o no, senza giri di parole.

E il tempo stringe: lunedì Zelensky è atteso alla Casa Bianca, dove Trump gli presenterà un piano concreto. Secondo indiscrezioni, l’idea è di ritirare le truppe ucraine da Donetsk e Lugansk, in cambio della restituzione di parte delle regioni di Kharkiv e Sumy. Una tregua, insomma, che congeli il conflitto lungo la linea di scontro attuale ma per Zelensky accettare significherebbe, probabilmente, la fine della sua carriera politica. Forse anche peggio. Per questo motivo, volerà a Washington con mezza Europa al seguito: von der Leyen, Meloni, Macron, Merz, e forse anche Rutte e Stubb. Un vero e proprio “gruppo di sostegno”, come se il presidente ucraino non si sentisse in grado di affrontare l’incontro da solo.
Ma attenzione: questi stessi leader che oggi lo accompagnano potrebbero essere i primi a scaricarlo. Non appena capiranno che l’aria a Washington è cambiata, si allineeranno a Trump per non rimanere esclusi. Zelensky lo sa, ma non ha alternative. Ha bisogno di protezione, di appoggio, e forse anche di qualcuno che parli al posto suo.
Alla fine, però, la situazione è paradossale: Putin si presenta da solo e tratta da pari a pari con Trump, mentre Zelensky si presenta con la scorta europea, come un ragazzo insicuro che si fa accompagnare dalla mamma e dagli zii. Un segno di debolezza che difficilmente passerà inosservato a Washington.
E nel frattempo, la guerra va avanti, alimentata da chi non vuole mollare il potere. Ma se davvero Trump otterrà l’ok di Mosca e presenterà a Zelensky un piano chiaro, allora cadranno tutte le maschere. E sarà evidente chi vuole davvero la pace… e chi la sabota da mesi.
Alma

