Il trash conquista le istituzioni o è la politica che ha perso terreno?
Un video. Due tiktoker napoletani — Rita De Crescenzo e Angelo Napolitano — si filmano all’interno di un ufficio di un consigliere regionale della Campania, Pasquale Di Fenza del partito di Carlo Calenda. Ridono, cantano l’inno d’Italia, si siedono dietro la scrivania istituzionale, sventolano la bandiera tricolore ufficiale come fosse un accessorio da show. Con loro, il consigliere regionale che partecipa divertito. Il video diventa virale. In poche ore, scoppia la polemica. Il consigliere è stato espulso e definito “un buffone” da Calenda. Titoli indignati, reazioni bipartisan, politici che parlano di “vilipendio delle istituzioni”.
Tutto giusto. Ma non basta. Questo episodio — tanto surreale quanto reale — non è uno scandalo isolato, né una semplice esagerazione folkloristica. È un segno dei tempi, una fotografia nitida di cosa accade quando le istituzioni si svuotano, quando la rappresentanza si spegne, e quando il senso della cosa pubblica diventa contenuto virale.
Il problema non è TikTok. Il problema è il deserto politico e culturale che lo ha reso egemone.
Lo spettacolo della fine della politica
Che due influencer noti per contenuti trash possano occupare uno spazio istituzionale e sentirsi perfettamente a proprio agio non è un’invasione. È una sostituzione. Perché quella sedia era già vuota, simbolicamente, da molto prima del loro ingresso.
La politica, per intere fasce sociali — giovani, proletari, periferici, soprattutto al Sud — non rappresenta più nulla. È percepita come distante, inefficace, irrilevante. Quando questo vuoto si protrae per anni, succede ciò che la storia insegna da sempre: altri arrivano a occupare quello spazio. Oggi si chiamano creator, influencer, tiktoker. Domani, forse, sarà peggio.
Il problema non è che il trash entra nelle istituzioni. Il problema è che le istituzioni hanno abbandonato intere porzioni del Paese, lasciando un campo libero dove anche l’intrattenimento più sgangherato può trasformarsi in egemonia culturale.
Dalla rappresentanza alla performance
Il gesto dei due tiktoker non è solo provocazione. È una parodia involontaria del potere. Sedersi dietro la scrivania, sventolare la bandiera, cantare l’inno: sono atti simbolici potenti. Ma svuotati di significato, diventano simboli della fine della rappresentanza.
Il fatto che un consigliere eletto sia complice della scena rende tutto ancora più grave: non c’è più nemmeno la barriera tra la politica e il “teatro dei contenuti”. Al contrario, la politica cerca visibilità attraverso il trash, illudendosi di “parlare ai giovani” con le loro stesse armi. Ma se la politica si limita a mimare i linguaggi virali, rinuncia al proprio ruolo. E si autodistrugge.
TikTok non è il problema. È il sintomo
Non cadiamo nella trappola del moralismo: non è colpa dei social. TikTok è uno strumento. È costruito per generare dipendenza, sì. Ma il punto è: perché in certi contesti sociali TikTok diventa una seconda pelle?
Perché in molti quartieri del Sud — ma anche del Nord e delle aree interne — non ci sono alternative: la scuola è debole, la cultura assente, lo Stato latitante. L’unico spazio dove esistere, farsi notare, avere un minimo di potere simbolico è il telefono. In quei 15 secondi di clip, c’è più ascolto che in anni di abbandono istituzionale.
Demonizzare i giovani, i proletari che usano TikTok è classismo. Il problema non è che guardano video stupidi. È che non hanno altri linguaggi a disposizione, né altri luoghi dove costruire identità, riscatto, orgoglio.
La democrazia si difende con la presenza, non con la censura
Molti oggi si stracciano le vesti per la bandiera sventolata come un oggetto di scena. Ma dov’erano quando in quei quartieri la scuola cadeva a pezzi? Quando mancavano presidi sanitari, centri giovanili, librerie, autobus, lavoro?
La democrazia non si difende a colpi di tweet indignati. Si difende presidiando i territori, restituendo senso alla parola “pubblico”. Dove lo Stato c’è solo nei simboli (una bandiera, una scrivania), la rabbia popolare prende altre forme. E se nessuno le intercetta, diventano o farsa virale o tragedia politica.
Politica popolare, non populista
La lezione è chiara: non possiamo più lasciare che la politica rinunci al linguaggio e alla presenza nei territori popolari. Ma attenzione: non serve una politica che imiti TikTok. Serve una politica che parli al popolo senza diventare populista. Che usi anche i nuovi mezzi — social, video, meme — ma con un contenuto degno. Con proposte. Con lotta. Con visione.
Per farlo, bisogna credere ancora nel fatto che i ceti popolari non sono “troppo ignoranti” per partecipare alla democrazia, come pensa certa élite. Al contrario: aspettano solo qualcuno che torni a parlare la loro lingua, con rispetto e coraggio.
Chi ha lasciato quella scrivania vuota?
La domanda giusta non è: “Come hanno osato quei tiktoker sedersi dietro la scrivania di un consigliere?”La domanda giusta è: Chi ha lasciato quella scrivania vuota per così tanto tempo, da farla diventare un palcoscenico?
Il caso De Crescenzo-Napolitano non è un episodio da archiviare con un’espulsione e qualche editoriale indignato. È un campanello d’allarme. È la prova che il legame tra popolo e istituzioni si è spezzato, e oggi viviamo nel vuoto prodotto da quella frattura.
Il trash non ha occupato la politica. La politica ha abdicato. Ora, o si torna a fare politica vera, popolare, militante, o continueremo a guardare video virali per capire quanto è diventato fragile ciò che una volta chiamavamo democrazia.
CiCre

