Sotto gli occhi complici dell’Occidente, Tel Aviv punta a riscrivere la geografia del Medio Oriente con bombe e terrore.
Israele ha ormai abbandonato ogni maschera diplomatica. Dietro il linguaggio della “difesa” e della “sicurezza” si nasconde una realtà sempre più evidente: quella di uno Stato che pratica sistematicamente la violenza contro altri popoli, che calpesta il diritto internazionale e che usa strumenti militari per raggiungere obiettivi politici. È questa la definizione più chiara e concreta di terrorismo di Stato.
L’ultima offensiva contro l’Iran ne è un esempio lampante. Un attacco aereo su larga scala, sferrato contro un altro Stato sovrano, in piena violazione del diritto internazionale. Un’aggressione pianificata non per difendersi, ma per colpire e intimidire. Per chiudere qualsiasi possibilità di trattativa, annientando con le bombe ogni spazio di dialogo.
Ma Israele non si ferma all’Iran. La sua strategia militare – portata avanti con il sostegno incondizionato degli Stati Uniti e la complicità silenziosa dell’Unione Europea – punta più in alto: cancellare il popolo palestinese, destabilizzare i Paesi vicini come Siria e Libano, mettere sotto pressione l’Egitto e schiacciare l’Iran. L’obiettivo non è più nascosto: costruire una “Grande Israele” attraverso l’uso sistematico della guerra.
La risposta dell’Iran, con missili e droni che hanno colpito obiettivi militari israeliani, ha rotto la narrazione dell’invincibilità. Le difese israeliane sono state bucate, e anche gli F-35 americani – gioielli dell’aviazione di Tel Aviv – si sono dimostrati fragili e costosi da mantenere. Il bilancio militare comincia a pendere a favore dell’Iran, che può contare su arsenali abbondanti e a basso costo.
Ma la vera minaccia per Israele arriva dal possibile ingresso in scena di forze regionali: Hezbollah, Ansarullah, le milizie irachene, la Siria. In uno scenario già instabile, ogni scintilla può trasformarsi in incendio.
E mentre i bombardamenti continuano, il popolo israeliano comincia a fuggire: mezzo milione ha già lasciato il Paese dopo il 7 ottobre. La guerra non è più solo lontana, arriva sulle case, nei bunker, nelle scuole.
Di fronte a tutto questo, l’Occidente resta immobile. Le istituzioni europee, deboli e divise, si limitano a comunicati formali. Gli Stati Uniti, sotto l’influenza delle lobby e del potere profondo, forniscono armi e copertura politica. Nessuna sanzione, nessuna condanna, nessuna azione concreta.
L’Iran, invece, ha cercato più volte il dialogo. Ha partecipato a negoziati, risposto a canali diplomatici, anche nei momenti più difficili. Ha subito sanzioni, attacchi informatici, sabotaggi. Ma non ha mai chiuso la porta. Israele sì. Ha scelto la forza, l’umiliazione, l’attacco preventivo.
La comunità internazionale non ha fallito: ha scelto di non vedere. E con questa scelta ha contribuito a legittimare l’uso della violenza come strumento di governo.
Oggi è urgente riconoscere i fatti per ciò che sono: Israele agisce come uno Stato terrorista, che colpisce civili, annienta popoli e semina instabilità per espandere il proprio controllo. E chi lo sostiene, lo protegge o resta in silenzio, è complice.
La pace non può nascere dall’ipocrisia. Serve una svolta: disarmo, fine dell’occupazione, giustizia per i popoli oppressi. Prima che sia troppo tardi.
Red
