Oggi in decine di città italiane hanno scioperato migliaia di ricercatori e ricercatrici precari: “Ci vogliono muti, invisibili e ricattabili”. Il governo risponde con tagli, accuse e riforme che istituzionalizzano l’instabilità. Una crisi voluta, non subita.
Oggi l’università italiana si è fermata. Da Torino a Napoli, passando per Milano, Bologna, Firenze, Roma e Padova, migliaia di precari e precarie dell’accademia sono scesi in piazza per uno sciopero nazionale senza precedenti, indetto da Cub e Cgil. Docenti a contratto, ricercatori, assegnisti, tecnici, bibliotecari e personale esternalizzato hanno portato in strada la voce di chi da anni regge sulle proprie spalle la didattica e la ricerca del Paese senza tutele, senza futuro, senza rispetto.
Presidi, cortei, assemblee permanenti: davanti ai Rettorati, nelle aule, nei dipartimenti si è alzato un grido collettivo contro il precariato sistemico che affligge l’università pubblica. “Vogliamo contratti stabili, salario dignitoso e fine degli appalti”, dicono. E ancora: “Basta università complice delle industrie belliche“. È una mobilitazione che non chiede elemosina, ma giustizia. Che non rivendica privilegi, ma diritti basilari.
Tagli, precarizzazione e una ministra in cattedra a deridere
Il governo Meloni ha tagliato 1,2 miliardi in quattro anni all’università pubblica. Lo ha fatto in silenzio, con emendamenti e leggi di bilancio, mentre moltiplicava gli investimenti nella spesa militare. Ma non è finita. Il DDL 1240, firmato dalla ministra dell’Università Anna Maria Bernini, e i recenti emendamenti al DDL 1445, non pongono fine alla precarietà: la rendono strutturale. Introducono nuove figure contrattuali senza diritti reali, svuotando di senso ogni prospettiva di stabilizzazione.
E mentre la comunità scientifica protesta con dignità, la ministra ha scelto il sarcasmo come risposta. Parlando a Bologna, Bernini ha definito la mobilitazione dei ricercatori “surreale”:
“Questi ricercatori stanno protestando per un problema che loro stessi hanno generato.”
Poi ha aggiunto:
“Ricevo richieste disperate da parte dei rettori e degli enti di ricerca per sbloccare una situazione che loro hanno creato, che stanno contribuendo a mantenere bloccata. Il contratto di ricerca da solo non basta e chi sta protestando in questo momento protesta contro se stesso.”
Infine, la ministra ha provato a rilanciare con una proposta che ha il sapore dell’ennesimo compromesso al ribasso:
“In Parlamento ho proposto un emendamento che prevede l’inserimento di altre due figure contrattuali da accostare al contratto di ricerca. Lo facciamo per i ricercatori, non contro di loro. Il 99% della comunità scientifica se n’è accorta, poi c’è una parte rumorosa che sta protestando e fa danno anche al restante 99%.”
Parole che hanno fatto infuriare chi da anni vive nella trappola della precarietà, ritenendole non solo offensive, ma del tutto disconnesse dalla realtà dei fatti.
La guerra come priorità, la ricerca come sacrificabile
Ma c’è di più. Gli atenei italiani, mentre affermano il loro ruolo di “istituzioni culturali”, stipulano accordi con l’industria bellica, collaborano con aziende coinvolte in conflitti armati, mettono laboratori e competenze al servizio del riarmo. A denunciarlo sono i ricercatori stessi: “Scioperiamo anche contro l’entrata in guerra dell’università”, dichiarano. In questo contesto, i tagli all’istruzione e alla ricerca civile diventano non solo una scelta economica, ma una scelta politica: smantellare il pensiero critico, depotenziare la formazione pubblica, ridurre l’università a fabbrica di competenze docili.
Il sapere come dissenso, la precarietà come condizione permanente
Da Milano a Bologna, da Firenze a Napoli, studenti e lavoratori universitari hanno riempito le strade e bloccato gli atenei. Non solo per chiedere salari e contratti dignitosi, ma per rivendicare un’altra idea di università: aperta, libera, stabile, al servizio della collettività. “Facciamo vivere lo sciopero in ogni dipartimento”, è il grido che unisce. Perché la precarietà non è solo una questione contrattuale: è un dispositivo politico, che disarma chi fa sapere e alimenta il conformismo.
Un’ipocrisia istituzionale che offende l’intelligenza
La ministra Bernini chiede “i numeri”, come se non conoscesse la realtà che lei stessa contribuisce a creare. Ma i numeri parlano chiaro: decine di migliaia di precari, una filiera della conoscenza fondata sul lavoro sottopagato e invisibile, e una classe dirigente incapace (o disinteressata) a cambiare rotta. Le sue dichiarazioni sono l’epitome dell’arroganza istituzionale: ridicolizzare chi protesta, accusarlo di “fare danno”, negargli la parola e i diritti.
Oggi, una lezione di dignità
Quello che i precari chiedono è semplice: contratti stabili, fine delle esternalizzazioni, veri concorsi pubblici, finanziamenti adeguati. Non per sé soltanto, ma per garantire agli studenti un’università viva, equa, all’altezza della sua funzione democratica. Oggi, questi lavoratori e lavoratrici stanno offrendo una lezione che la politica dovrebbe ascoltare: quella della dignità, della resistenza e del coraggio. Altro che protesta contro se stessi: questa è una protesta contro l’ipocrisia, contro l’indifferenza, contro un’idea miserabile di università.
Intervista | Dott.ssa Chiara L., ricercatrice precaria all’Università di Napoli Federico II
Desk.it: Chiara, perché state scioperando oggi?
Chiara L.: Perché siamo stanchi di essere invisibili. Dietro ogni lezione, ogni articolo scientifico, ogni progetto di ricerca, ci sono persone che lavorano in condizioni insostenibili, con contratti a termine rinnovati di anno in anno, senza alcuna prospettiva. È come vivere sempre sul bordo del precipizio.
Desk.it: Cosa rispondete alle parole della ministra Bernini, secondo cui “state protestando contro voi stessi”?
Chiara L.: È un insulto all’intelligenza. Noi protestiamo contro chi ci ha messo in questa situazione. È il Ministero che ha ridotto i fondi, che sta promuovendo riforme che istituzionalizzano la precarietà. Non siamo vittime passive né autolesionisti: siamo persone qualificate, formate dallo Stato, che chiedono solo di poter lavorare con dignità.
Desk.it: Che cosa chiedete, concretamente?
Chiara L.: Stabilizzazione dei precari, abolizione dei contratti usa-e-getta, stop agli appalti esterni che sfruttano lavoratori senza diritti, fondi strutturali per la ricerca pubblica. E un’università che serva davvero la società, non le industrie belliche o i giochi di potere.
📊 I NUMERI DEL PRECARIATO UNIVERSITARIO IN ITALIA
🔹 40.000: i lavoratori precari nel sistema universitario italiano tra ricercatori, assegnisti, dottorandi, docenti a contratto e personale tecnico-amministrativo senza stabilizzazione
🔹 80%: i corsi in alcuni atenei tenuti da personale non strutturato
🔹 1.200.000.000 €: i tagli alle università pubbliche in 4 anni
🔹 0: garanzie di assunzione dopo anni di contratti a termine
🔹 60%: donne tra i lavoratori precari, spesso senza tutele adeguate
🔹 >30%: tasso di turn-over annuo dei contratti precari
Ciro Crescentini
