I contratti precari possono durare all’infinito, con motivazioni generiche e facilmente aggirabili. Una flessibilità al ribasso che rende il lavoratore ricattabile, costretto ad accettare salari bassi, orari instabili, assenza di tutele.
Come può un giovane immaginare un futuro stabile se il lavoro che gli viene offerto è solo a tempo determinato? Come può pensare di affittare una casa, chiedere un mutuo, acquistare una cucina a rate, se il suo contratto di lavoro non vale nulla per le banche?
Questa è la realtà che milioni di lavoratrici e lavoratori, soprattutto giovani, vivono ogni giorno. Una realtà che il governo Meloni non solo non ha contrastato, ma ha rafforzato. Con le modifiche introdotte nel 2023, è stato praticamente smantellato il “Decreto Dignità”, approvato nel 2018 per limitare l’abuso dei contratti a termine. Ora i contratti precari possono durare all’infinito, con motivazioni generiche e facilmente aggirabili. Una flessibilità al ribasso che rende il lavoratore ricattabile, costretto ad accettare salari bassi, orari instabili, assenza di tutele.
Questa politica non nasce dal nulla. Risponde a una precisa richiesta delle associazioni datoriali come Confindustria e Confcommercio, che da anni spingono per un mercato del lavoro sempre più flessibile per i lavoratori, ma sempre più sicuro per chi assume.
Nel frattempo, i salari restano tra i più bassi d’Europa (secondo Eurostat, l’Italia è l’unico Paese europeo dove il salario medio è calato negli ultimi trent’anni), e oltre il 25% dei giovani italiani sotto i 35 anni lavora con contratti a termine o altre forme di precarietà (fonte: ISTAT).
A rendere tutto ancora più amaro è il ruolo ambiguo del sindacato CISL, che invece di difendere i diritti, è sostanzialmente appiattito sulle posizioni del governo. La segretaria generale, Daniela Fumarola, ha recentemente dichiarato che “non andare a votare è una scelta legittima” — lo stesso messaggio lanciato da Ignazio La Russa, presidente del Senato. È inaccettabile che chi dovrebbe rappresentare lavoratori e lavoratrici inviti all’astensione, proprio nel momento in cui c’è bisogno di partecipazione e mobilitazione.
Per questo, l’8 e il 9 giugno bisogna andare a votare e votare Si ai 5 referendum. Andare a votare è un atto politico. È dire no alla precarietà strutturale, no ai contratti usa-e-getta, no a un sistema che nega il futuro a un’intera generazione. Votare è un atto di resistenza. E anche di dignità.
Ciro Crescentini
