Riceviamo e pubblichiamo integralmente una riflessione del Prof Giovanni Di Trapani un’analisi sintetica e, al tempo stesso, coinvolgente del fenomeno dei cambi di gruppo in Parlamento, che continua a rappresentare un indicatore significativo delle dinamiche politiche italiane.
In un’Italia dove la politica sembra spesso immobile, c’è una parte del Palazzo che invece si muove eccome. Non parliamo delle grandi riforme, né delle leggi epocali, ma di un fenomeno meno visibile eppure emblematico: il cambio di gruppo parlamentare, la cosiddetta “transumanza” dei deputati e senatori da una formazione all’altra. Una pratica antica, legittima, persino costituzionalmente garantita. Ma che, se osservata con attenzione, racconta molto dello stato di salute della nostra democrazia.
Da ottobre 2022 – data d’inizio dell’attuale legislatura – a oggi, sono stati 59 i cambi di gruppo registrati nelle due Camere. Hanno riguardato 50 parlamentari, con una netta prevalenza alla Camera dei Deputati (39) rispetto al Senato (11). Pochi, verrebbe da dire, se si confrontano con i 464 passaggi del quinquennio precedente o con l’impressionante record di 569 della XVII legislatura. Ma dietro questa apparente calma, si agitano motivazioni profonde, segnali che vanno interpretati.

Perché si cambia gruppo? Perché si cambia casa?
Le ragioni sono molteplici. C’è chi lo fa per convinzione politica, chi per convenienza personale, chi per sopravvivere elettoralmente. Spesso, è una combinazione di tutte e tre. Ma il dato che colpisce è un altro: nella maggior parte dei casi, a guadagnarci è la maggioranza di governo. Forza Italia, in particolare, ha raccolto nuove adesioni, pescando tra le file di ex alleati o transfughi del gruppo misto. Un indizio chiaro: quando il potere chiama, in tanti rispondono.
E non è un caso se i passaggi avvengono soprattutto a Montecitorio. Al Senato, infatti, il nuovo regolamento scoraggia apertamente i cambi: chi abbandona il gruppo rischia di perdere incarichi, prestigio e – indirettamente – risorse. Alla Camera, invece, questo freno non c’è. Ed è lì che il Parlamento si agita di più. Con movimenti cauti, silenziosi, talvolta mascherati da soste temporanee nel gruppo misto. Un’area grigia che diventa spesso anticamera di nuove appartenenze.
Ma quali sono le conseguenze?
La prima è politica: il peso dei gruppi si altera, le commissioni vanno ribilanciate, la forza parlamentare del governo può aumentare senza passare dal giudizio popolare. Il secondo effetto è istituzionale: il Parlamento appare più fragile, meno ancorato al mandato ricevuto dagli elettori. La terza conseguenza, forse la più grave, è culturale: la fiducia dei cittadini nella rappresentanza politica si erode, sotto il peso di decisioni percepite come opportunistiche e autoreferenziali.
È un paradosso tutto italiano: mentre si invoca la stabilità, la politica si muove. Non nei contenuti, ma nelle appartenenze. E se i numeri oggi sono più contenuti, è solo perché i parlamentari sono meno, non perché la tentazione sia svanita. Anzi, con l’approssimarsi del 2027 – e il fantasma delle ricandidature già all’orizzonte – è lecito attendersi nuovi passaggi, nuove transumanze. L’aria elettorale è già cambiata.
Nel frattempo, il Parlamento osserva e si adegua. Il Senato ha tracciato la via con regole chiare. La Camera, più esitante, promette interventi dalla prossima legislatura. Ma nel frattempo, si continua a cambiare gruppo. In silenzio, a volte di notte. Perché la politica italiana non ama gli strappi. Preferisce i passi felpati. Ma ogni passo lascia una traccia. E ogni passaggio di gruppo racconta una storia. Sta a noi leggerla.
Prof. Giovanni Di Trapani
