Il tempo dell’ego è finito. O si torna a lottare insieme, con visione strategica e spirito unitario, o si resta schiacciati tra repressione, sfruttamento e guerra. E a quel punto, non ci saranno più cortei per nessuno
Il 1° Maggio, a Napoli e in altre Città del Paese, ha mostrato due facce del sindacalismo italiano: da un lato la CISL che stringe patti con il governo Meloni, pronta a isolare la CGIL e costruire un fronte, un patto “responsabile” e collaborazionista insieme ad una decina di sindacati autonomi di destra; dall’altro, una galassia di sigle sindacali di base che, pur muovendosi su contenuti radicali e condivisibili, restano paralizzate da personalismi, autoreferenzialità e frammentazione.
A Napoli e provincia si è arrivati al paradosso di quattro manifestazioni distinte, ciascuna con proprie rivendicazioni ma incapace di convergere su una piattaforma unitaria. Un lusso insostenibile nell’Italia della guerra, del carovita, della precarietà dilagante. Invece di costruire una strategia comune, si difendono sigle, piccoli poteri, leadership personali, a scapito dell’interesse generale delle classi lavoratrici.
Eppure la rabbia è reale: dalle lotte dei disoccupati, ai licenziati Jabil, fino al grido straziante della madre di Patrizio Spasiano, ucciso da una fuga di ammoniaca durante un tirocinio. Napoli resiste nei quartieri, nei comitati, nei picchetti, ma chi dovrebbe unire queste lotte troppo spesso le usa per alimentare il proprio protagonismo.
In questo contesto, scegliere l’astensione ai referendum dell’8 e 9 giugno – promossi dalla CGIL su appalti, precarietà, licenziamenti illegittimi e lavoro povero – sarebbe un atto di infantilismo politico. Per quanto parziali, questi referendum rappresentano oggi uno strumento concreto di conflitto sociale e una piattaforma attorno a cui unificare le lotte. Ignorarli, per snobismo ideologico o disillusione, significherebbe solo fare un favore al governo e ai padroni.
Il tempo dell’ego è finito. O si torna a lottare insieme, con visione strategica e spirito unitario, o si resta schiacciati tra repressione, sfruttamento e guerra. E a quel punto, non ci saranno più cortei per nessuno.
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