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Napoli, “delitto e castigo” e “i tre interrogatori” di Dostoevskij al Teatro Mercadante

Redazione by Redazione
23 Gennaio 2024
in Arte e Cultura, Notizie correlate
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Adattamento del celebre romanzo che approfondisce i temi della giustizia e del libero arbitrio

Mercoledì 24 gennaio debutta al Ridotto del Mercadante I tre interrogatori di Claudio Collovà tratto dal romanzo di Fëdor Dostoevskij. Protagonisti dello spettacolo, prodotto dal Teatro Biondo di Palermo, sono Sergio Basile, Nicolas Zappa e Serena Barone; le scene e i costumi sono di Enzo Venezia, le musiche di Giuseppe Rizzo, le luci di Pietro Sperduti.

Il regista ha adattato alcuni snodi fondamentali del celebre romanzo di Dostoevskij puntando l’attenzione sui temi della giustizia e del libero arbitrio, affrontando dunque questioni estreme, concetti capitali come quello di pena, crimine, delitto, colpa, perdono. Fulcro della drammaturgia sono i tre incontri tra il protagonista Raskòl’nikov, interpretato da Nicolas Zappa, responsabile di due omicidi, e il suo giudice Porfirij, interpretato da Sergio Basile, nei quali Dostoevskij spinge la colpa ai suoi estremi confini, in quella zona dove bene e male, orrore e compassione, si prestano a configurare il concetto di giustizia.

«Il più efferato delitto, addirittura un duplice omicidio – spiega Collovà – è posto da chi lo ha commesso come “un’esperienza della libertà umana”. “I tre interrogatori di Porfirij a Raskòl’nikov non sono affatto dei comuni interrogatori giudiziari, non si svolgono secondo le formalità d’uso, essi violano le basi stesse del tradizionale rapporto tra inquirente e reo. Cosa rimane? Tutti e tre gli incontri sono autentici e splendidi contraddittori permeati di estrema irritazione e inquietudine. L’assassino sembra nutrirsi con tragica accettazione delle parole del commissario che controlla tutto, trasforma l’inquietudine in farsa, e a tratti si spazientisce, soprattutto all’evidenza del suo sospetto».

Nella messa in scena di Collovà il piano della realtà sfuma in quello dell’irrealtà, come se ogni avvenimento si svolgesse nella testa di Raskòl’nikov; i luoghi sono quelli del romanzo: il tavolo dell’inquisitore, il letto dell’assassino, il condominio di porte sfregiate dai segni delle stelle di David.

Note di regia (Claudio Collovà)

Il più efferato delitto, addirittura un duplice omicidio, è posto da chi lo ha commesso come un’esperienza della libertà umana. E quando l’uomo intraprende la via della libertà, gli si pone il problema se esistano limiti morali alla sua natura, se egli possa osare tutto. La libertà che trascende in arbitrio non riconosce più nulla di sacro, né ammette alcuna limitazione. Raskol’nikov è ossessionato da un’idea e in questa ossessione la sua libertà comincia a spegnersi, egli diventa lo schiavo di una forza estranea. Ossessionato dall’idea, dalla giustezza dell’idea, dalla possibilità di trasformare l’idea in fatto, lo studente aspira a una ideologia cupa che trova tragici sviluppi negli anni a seguire.

I tre interrogatori di Porfirij a Raskòl’nikov non sono affatto dei comuni interrogatori giudiziari, non si svolgono secondo le formalità d’uso, essi violano le basi stesse del tradizionale rapporto tra inquirente e reo. Raskòl’nikov invoca la formalità più volte, almeno quanto il commissario gliela nega.

Cosa rimane? Questo: tutti e tre gli incontri tra Porfirij e Raskòl’nikov sono autentici e splendidi contraddittori permeati di estrema irritazione e inquietudine. L’assassino sembra nutrirsi con tragica accettazione delle parole del commissario che controlla tutto, trasforma l’inquietudine in farsa, e a tratti si spazientisce, soprattutto all’evidenza del suo sospetto. Egli sa.

Raskol’nikov, nel suo arbitrio, annienta un suo simile e distrugge anche sé stesso, cessa di essere uomo, perde la sua immagine umana e la sua personalità comincia a dissolversi. E Porfirij, lucidamente e con inesorabile ostinazione, usa tutte le armi dialogiche possibili per affermare che ogni anima umana vale di più che non il beneficare l’umanità futura, vale di più delle idee astratte e dell’ideologia. In questa dissoluzione la realtà assume le sembianze di un incubo dal quale è difficile se non impossibile venire fuori, se non forse che con il castigo.

Se il piano della realtà nel nostro lavoro sfuma in quello dell’irrealtà, è soprattutto perché ogni avvenimento si svolge nella testa di Raskòl’nikov, unico personaggio che nel romanzo è dotato di pensiero, ossessionato dalla sua teoria che vede il mondo abitato da uomini comuni, destinati all’obbedienza, e nel caso al sacrificio, e da esseri umani non comuni a cui è lecito compiere ogni sorta di delitto per il bene comune. Un pensiero che non giunge a compimento perché il commissario vive in un carnevale cattivo, sembra ridere di lui spesso, lo umilia perché fa il suo stesso gioco, ma con una coscienza meno irruente e più lucida.

In breve tutto si trasforma per Raskol’nikov in un incubo a occhi aperti.

La delicata questione ebraica, che Dostoevskij tratta in Diario dello scrittore (perché un’usuraia?), emerge in posizioni non del tutto prive di tragici accenti, in un antisemitismo allora molto diffuso in Russia e di cui lo scrittore non fu esente. Lo abbiamo raccontato nella figura della povera Lizaveta, sorella dell’usuraia, vera vittima innocente che si lascia morire sotto la scure senza difendersi, i cui occhi miti e dolci sono dimenticati da tutti tranne che dall’assassino. I luoghi sono quelli del romanzo, il tavolo dell’inquisitore, il letto dell’assassino, il condominio di porte sacrificato dai segni delle stelle di David, in cui sogno e realtà convivono. È il sogno che continua oppure no… si chiede infatti Raskol’nikov in una notte di luna piena e di silenzio.

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