Napoli, operai denunciano Mediaset e ArcelorMittal

I lavoratori chiedono la chiusura della fabbrica della morte e salario pieno a vita

Un esposto alla Procura di Napoli contro Mediaset e ArcelorMittal è stato presentato stamattina dai tre ex operai Fiat napoletani, Mimmo Mignano, Marco Cusano, Massimo Napolitano

Qualcuno deve pagare per le menzogne raccontate – hanno raccontato gli operai – La fabbrica killer deve chiudere e pagare un salario pieno e a vita agli operai!”L’ilva è veleno via dalle officine a salario pieno”

I lavoratori hanno diffuso anche un documento che IlDesk.it pubblica integralmente:

“Dobbiamo lottare per l’eliminazione del padrone in ogni angolo del mondo, ormai questa battaglia non è più rinviabile. La lotta però non è una cena di fine anno, in cui tutti all’unisono stappiamo le bottiglie e con perfetto sincronismo iniziamo i festeggiamenti, tra l’altro in vista di un successivo anno di stenti. Magari fosse così facile. La lotta si fa fabbrica per fabbrica e ci si organizza anche in base alle priorità del momento. In questo periodo storico la nostra lotta, degli operai, dovrebbe essere quella di salvare la vita ai colleghi più esposti, tra questi in Italia ci sono quelli che varcano i cancelli dell’ex Ilva. E vanno messi al primo posto. Muoiono decine di operai ogni anno, decine di tarantini si ammalano, decine di bambini tarantini si ammalano. Il discorso che le fabbriche sono tutte uguali vale perché il padrone è sempre uguale. Se però non capiamo che alcuni padroni ci ammazzano in blocco e velocemente mentre altri lo fanno più lentamente, non mettiamo a fuoco e non agiamo su quelle priorità che in battaglia fanno la differenza, restando fermi con lo spumante in mano in attesa di una festa che i padroni ci hanno già fatto. Se dovessimo fare un parallelismo con la situazione che ha generato il Covid, ci renderemmo conto di aver accettato diversi lockdown per la salvaguardia di più vite umane possibili e che questo discorso non é valso per le fabbriche, e altri settori non essenziali come la logistica, dove invece hanno continuato la loro attività indisturbate. Anzi, il paradosso ha voluto che l’abbiano incrementata. Ma le proteste in questo caso le abbiamo condivise, abbiamo riconosciuto in padroni e istituzioni la responsabilità dei tagli che si succedono da anni e che hanno messo, tra le altre cose, il sistema sanitario nazionale in ginocchio. In tal caso riaprire e continuare a produrre lo classifichiamo come reazionario. Perché l’Ilva, invece, non riusciamo a inquadrarla come parte dello stesso problema? Se dovessimo scegliere contemporaneamente quale battaglia intraprendere, e questo momento storico ce lo chiede, abbiamo il dovere di anteporre la difesa nei confronti di chi oggi perde la vita a qualsiasi strategia di lotta generalizzata, che nella migliore delle ipotesi si realizzerà tra decenni. Noi chiediamo la chiusura della fabbrica della morte e salario pieno a vita, come risarcimento del danno subito, perché è il minimo che va riconosciuto agli operai tarantini. Perché questo accada gli operai dell’ex Ilva devono essere sostenuti da tutta la classe operaia, altrimenti, sentendosi soli e deboli, non potranno che cedere al ricatto del salario in cambio della loro salute. Un ultima riflessione, se al posto dell’ex Ilva stessimo parlando di centrali nucleari, i compagni sarebbero sempre critici se ne pretendessimo la chiusura? Anche in quei luoghi ci sono operai che lavorano, eppure siamo tutti d’accordo che vadano chiuse. Se quindi siamo capaci di scegliere in funzione del livello di rischio a cui una determinata attività ci espone, come si può sostenere che a Taranto la fabbrica killer debba restare aperta? Noi restiamo della nostra idea, non lasciamo indietro nessuno. Il capitalismo fa male e gli operai e le future generazioni devono lottare per la propria liberazione”

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