Diffamazione aggravata ai danni del giornalista Giuseppe Tallino: a Ivrea si processa un attacco alla libertà di stampa
Una storia che intreccia criminalità organizzata, libertà di stampa e giustizia si sta scrivendo in queste settimane nell’aula del tribunale di Ivrea. Protagonisti: un boss della camorra, un giornalista d’inchiesta, e una serie di dichiarazioni che hanno varcato i confini della critica per trasformarsi – secondo l’accusa – in attacchi diffamatori. Il pubblico ministero ha chiesto otto mesi di reclusione per Augusto La Torre, storico capo dell’omonimo clan casertano legato ai Casalesi, accusato di aver diffamato il giornalista Giuseppe Tallino, redattore del quotidiano Cronache di Caserta. Sullo sfondo, articoli che raccontavano l’attività della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e che, a quanto pare, non sono piaciuti all’ex boss oggi detenuto.
Il processo, che si sta svolgendo davanti al giudice monocratico Antonella Pelliccia, nasce da un’intervista rilasciata da La Torre nel 2018 a un sito web casertano. In quell’occasione, il boss definì il cronista “pseudogiornalista” e “portavoce della Procura”, accusandolo di aver scritto articoli non veritieri riguardanti le indagini della DDA e i processi che avevano coinvolto membri della sua famiglia. Ma le dichiarazioni diffamatorie non si sono fermate lì: durante un’udienza dello scorso primo luglio, La Torre ha rincarato la dose, definendo Tallino un “pennivendolo” e insinuando che fosse “alla ricerca della scorta”, parole che hanno spinto ulteriormente la Procura a valutare la gravità dell’attacco.
A difesa del giornalista si sono schierati gli avvocati Alessandra Bazzaro e Francesco Parente, che hanno ribadito la correttezza del lavoro svolto da Tallino, supportato da atti giudiziari e documentazione ufficiale. Anche il legale della testata Cronache di Caserta, avvocato Gennaro Razzino, costituitasi parte civile nel procedimento, ha sostenuto la linea dell’accusa, evidenziando come gli articoli contestati riflettessero fedelmente i contenuti delle inchieste condotte dalla DDA di Napoli. Tra queste, anche quella che portò alla condanna di Antonio e Francesco Tiberio La Torre, fratello e figlio del boss, e in cui compaiono elementi riferiti allo stesso Augusto La Torre.
Secondo i legali del cronista, furono proprio questi articoli ad alimentare la rabbia del boss, che scelse di sfogarsi con dichiarazioni pubbliche dal carcere. Oltre a Tallino, nel mirino di La Torre finirono anche alcuni magistrati dell’antimafia: Alessandro D’Alessio, allora alla DDA di Napoli e oggi Procuratore della Repubblica a Castrovillari, e Maria Antonietta Troncone, già Procuratore della Repubblica a Santa Maria Capua Vetere, poi a Napoli Nord, oggi in pensione.
Nel corso dell’ultima udienza, La Torre ha reso dichiarazioni spontanee, affermando che le sue parole non avevano intento minaccioso, ma rappresentavano – a suo dire – un legittimo esercizio del diritto di critica. Tuttavia, il suo passato criminale pesa: il boss è in carcere da 28 anni e ha alle spalle condanne per decine di omicidi, inclusa la strage di Pescopagano del 1990, in cui morirono sei persone e otto rimasero ferite. Nonostante abbia avviato un percorso di collaborazione con la giustizia, la sua posizione è sempre stata controversa e la sua “resa” è stata giudicata “riduttiva”.
Il processo riprenderà a maggio con la discussione della difesa, affidata all’avvocato Alessio Michele Soldano. Al di là della vicenda giudiziaria, però, questo caso solleva una questione più ampia: il diritto di cronaca e la tutela del lavoro giornalistico in un contesto, come quello campano, dove raccontare la verità può ancora costare molto caro.
Alma

