Cent’anni dal Partito Comunista Italiano, una storia ormai leggenda

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Per chi come me milita in un partito dell’area del centro-sinistra, la storia del Partito Comunista Italiano è stato raccontata tante volte da chi ha avuto la fortuna di viverla, sentendosi di parte, non tanto di una storia, ma di una leggenda divenuta ormai immortale perfino tempo.

Il Comunismo in Italia è stato molto più di un’ideologia, ha rappresentato un mondo utopico, dove sogni e speranze si incontravano nel mito della rivoluzione culturale e proletaria, abbracciandosi in un moto di passione unito alla fantasia. 

Cent’anni fa nessuno avrebbe creduto che quella scissione avrebbe portato alla rottura di un sistema, del resto la perfetta sintesi di quel “mondo” l’ha fatta Vasco Rossi con Stupendo, raccontando il nesso tra potere e fantasia di un modello divenuto ricordo.

Per qualche miscredente, da Livorno si diede man forte al fascismo, ma forse non si tiene conto delle compromissioni del sovrano, dei popolari e dei liberali che scesero a patti con quella dittatura, dimenticandosi anche di quanti nel mondo restarono affascinati dal mito del duce, come Churchill e Gandhi.

Ciò che ha elevato a mito e icona pop il partito e la sua classe dirigente forse risiede proprio nel non essere un agglomerato di personalismi, bensì la forza di quella storia sta nell’appartenere ad una casa comune, le cui fondamenta non stessero tanto in un’ideologia, ma in un modo di vivere, di pensare e di immaginare il presente ed il futuro.

Il centro di quel mondo erano le sezioni, le quali più che luoghi di aggregazione sociale, erano centri culturali e di prossimità, dove tutti gli uomini e le donne di buona volontà e comuniste, potevano recarsi per immaginare un mondo diverso. 

Togliatti la definì “una strana creatura” perché era molto più di un partito e forse si inseriva in un contesto diverso che lo eleva a mito del mito nei tempi di una politica ormai scomparsa, lasciando il posto a populismi e a sovranismi vari.

La Svolta della Bolognina fece seguito a quella eurocomunista di Berlinguer (il graduale distacco da Mosca, per una concezione più democratica del comunismo) sfaldando legami decennali, attraverso gli stessi moti di passione per una storia che era ed è tutt’ora anche la propria.

Insomma, il PCI attraversa epoche diverse e mondi in via sviluppo, dove tutto scorre e tutto cambia, ma solo quel partito resta sempre al suo posto, nella stessa via di sempre: Via delle Botteghe Oscure numero 4, la casa dei comunisti italiani.  

Io quella storia non l’ho vissuta, ma soltanto immaginata attraverso i ricordi di chi ne ha fatto parte, l’ha costruita con il sudore della militanza e con una passione viscerale, come se quella trama – che si compone e si scompone di retroscena – fosse l’amore della propria vita.

Dopo la fine di quella storia il mondo cambiò, perché con essa ne caddero altre (di culture), poiché si reggevano su un equilibrio, su due contrappunti che altro non erano che una dicotomia,  come ricorda Nicola Tranfaglia in un suo libro.

Insomma, io quel mondo l’ho sfiorato e definirsi comunisti oggi sarebbe un po’ vintage, ma mi emoziona tenere affissa in camera quella bandiera e ricordare che il comunismo non è morto, e anche se lo fosse resta la risposta a tanti bisogni delle classi diseguali, forse per questo, a distanza di cent’anni la sua storia emoziona ancora. 

Francesco Miragliuolo – Segretario dei Giovani Democratici di Fuorigrotta

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