Parole d’autore – Se Bukowski ricorda che i belli muoiono giovani

Lo scrittore e poeta americano nei suoi versi dissacranti domandò “Che te ne fai di un titolo?”

“Non ce la fanno, i belli muoiono tra le fiamme: sonniferi, veleno per i topi, corda, qualunque cosa..si strappano le braccia, si buttano dalla finestra, si cavano gli occhi dalle orbite, respingono l’amore respingono l’odio respingono, respingono”. Ecco questi sono i versi iniziali di una poesia dello scrittore statunitense Charles Bukowski, autore vissuto tra strade e i vuoti di bottiglia cercando di conoscere, o forse capire, o semplicemente vivere. Il titolo è “Che te ne fai di un titolo?” riconoscendo in questo a-titolo l’inutilità di un riconoscimento quando i fatti narrati sono a sé stanti. Si parla dei “belli”, di quelli che non ce la fanno e muoiono tra le fiamme respingendo l’amore. “I belli non ce la fanno i belli-continua-non resistono, sono le farfalle sono le colombe sono i passeri, non ce la fanno”. Una vita, la loro, che diventa fiammata:” una lunga fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco una fiammata, una bella fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco al sole”. Prima i belli, poi i vecchi intenti e interessati, appesantiti dalla loro vita, giocano a dama nella tranquillità pomeridiana di un parco. “i belli si trovano nell’angolo di una stanza accartocciati tra ragni e siringhe, nel silenzio, e non sapremo mai perché se ne sono andati, erano tanto belli. non ce la fanno i belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita. amabili e vivaci: vita e suicidio e morte mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole nel parco”. Ed eccoli infine i brutti. Una distinzione forte, stretta come un cappio. Tuttavia la vita di ogni giorno, al di là dei belli della poesia, vede i belli e i brutti protagonisti anonimi dello scandire delle stagioni che passano.

 
E tutt’ora i belli continuano a non farcela, a morire tra le “fiamme”: gli immigrati annegati in mare (3.700 nell’ultimo anno; chi scrive vive in un centro di 2.000), senzatetto, precari, disoccupati, cassaintegrati, quelli che cercano riparo, che cercano il conforto. Quelli che non sanno niente. Quelli sottovalutati, i non considerati perché vivono qua o vivono là, fanno questo o fanno quello. Eccoli i belli che ancora ci credono in qualcosa. Eccoli i belli della nostra bella terra.
E poi i brutti, i superficiali, gli intenti alle fotografie di presepi senza mai comprarne uno, gli intenti allo spendere, i brutti, quelli del penso al lavoro, quelli del ci vengono a rubare il lavoro, quelli che ubriaconi e fetenti, del so tutto io, vivo nell’agio, del chissenefrega, della comando io, i camorristi, avvelenatori di terra e di terre, spregiudicati, dell’assumo e licenzio, del voglio guadagnare punto e basta, i brutti. Tanti.
Ma i più belli restano i belli, sempre.
Che non siamo noi.
Noi siamo i “vecchi che giocano a dama nel parco”.

Vincenzo Perfetti

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