Parole d’autore – Gramsci e il peso dell’indifferenza

Il celebre pamphlet del pensatore come promemoria per il consuntivo di fine anno

“Odio gli indifferenti”- è l’incipit del pamphlet, uno dei tanti, firmato da Antonio Gramsci l’11 febbraio 1917, quando giovane curava le pagine dell’Avanti, scrivendo righe che “dovevano morire il giorno dopo”.

Al termine di un anno giungono i resoconti dei mesi trascorsi, e si confabula sui presunti che stanno per sopraggiungere, augurandosi, dicendosi, facendosi promesse. Al termine di un anno è giusto partire da un’idea certa, e quella di quest’anno potrebbe essere l’incentrarsi sul prendere parti, sull’odio dell’indifferenza umana, tanta all’ordine del giorno, e dei giorni attuali: sommersi dai fatti e dalle parole l’uomo resta puro e semplice videns, sviscerato, vuoto, assopito, parafrasando un termine napoletano perennemente strunziato da un qualcosa.

“L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita-continua-L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”. Fatalità, “materia che strozza l’intelligenza”, “abdicare alla sua volontà”: eccola l’indifferenza che arriva, in silenzio, rovescia e crea nuovi equilibri, di per sé, tranquilli.

“Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”-E poi- “Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime”.

Dov’è che risiedono, allora, i miei doveri? La mia volontà?

E infine la conclusione: ”Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Vivere, essere di parte.

È così tanto difficile?

Auguri.

E auguri indifferenza.

(“La storia è fatta di piccoli gesti anonimi”-Italo Calvino)

 

Vincenzo Perfetti

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