Anche tanti napoletani non hanno presente la realtà di un rione dove i ragazzi devono crescere troppo presto

Potrà avere otto o nove anni, non di più. Ha una maglietta con la bandiera inglese, i pantaloncini di felpa di colore grigio, un po’ larghi, come va di moda. E una sigaretta in mano. Ieri pomeriggio era fra quelli che, per le strade della Sanità, hanno sfilato per dire no alla camorra. Accompagnato da sua madre, che chiacchierava con altre mamme del quartiere. Ma quella sigaretta è sua? E’ stata la prima domanda. Forse la tiene in mano per gioco. Come si fa quando, per gioco, si fa provare un goccio di vino ai bambini, così, giusto per fare poi una foto simpatica da fare vedere agli amici. No, non la tiene in mano per gioco. Se la gira fra le dita, come uno che ci sa fare con quella sigaretta. L’altra mano è nella mano di sua mamma. Poi se la mette in bocca e aspira. Aspira sì. Un ragazzino, no, proprio un bambino, ieri, sotto gli occhi di sua madre stava fumando.
Quell’immagine è passata sotto i miei occhi in serata, mentre osservavo come venivano montate le immagini del corteo del pomeriggio, immagini che una agenzia di service avrebbe inviato da lì a poco alle tv locali e nazionali.
A quel bambino ci ho ripensato stamattina. Quando ho letto l’intervista che il musicista Daniele Sepe ha rilasciato all’Huffingtonpost. “Per chi non vive a Napoli, è difficile da capire. Meglio: è difficile da capire per chi non vive in certe zone di Napoli. Avere 17 anni al Rione Sanità non è come avere la stessa età a Posillipo o nel nord Italia. A 17 anni in certi posti di Napoli si rimane incinta, si è già stati in galera, si sono accumulate esperienze che ti fanno essere uomo. Il sottoproletario napoletano non fa l’Erasmus. Cresce in maniera molto più veloce di quanto non faccia un figlio della borghesia”.
Così ho ripensato a quel bambino, che credo abbia l’età di mio figlio. Otto o nove anni, non di più. Ho riflettuto sui tanti volti che questa città è capace di mostrare. Che ci sono sotto gli occhi. Ho immaginato la sua vita, ho pensato che mentre io metto mio figlio al riparo, forse troppo, dalle difficoltà, c’è una madre che permette al suo di fumare sotto i suoi occhi. Proprio lì, mentre partecipa a una manifestazione contro l’illegalità.
Ho pensato che, nel nostro immaginario, un bambino di quella età va a scuola, frequenta una palestra, gli amici, va al catechismo e la sera va a letto presto, perché la mattina alle sette ci si alza.
Ma ha ragione Daniele Sepe: avere la stessa età, in due parti diverse della città, non è la stessa cosa.
Lo si dovrebbe registrare all’anagrafe.
Le domande, a questo punto, affollano la mente. Vorrei chiedergli: tu che fai la mattina? Ma ti hanno spiegato che fumare fa male? Tua mamma, tuo padre che ti dicono quando ti accendi la sigaretta?
Poi farei le stesse domande ai suoi genitori.
Ma non perché sono una giornalista, qui c’entra poco la polemica che ha scatenato Claudio Velardi con il suo post a proposito della vicenda di Genny (“non un solo giornalista degno di questo nome che incalzi i signori della tombola: “Scusate, alle 5 di mattina…ma di che stiamo parlando, chi volete prendere in giro?”. O che domandi ai familiari di Genny: “Sentite, ma “il ragazzino” di 17 anni in “regime di prova”, che ci faceva alle 4.30 di mattina fuori casa?”) ma perché sono una madre, sono una donna, perché lo farebbe un padre e un uomo a guardare quella scena.
Perché, quel ragazzino, quel bambino sono l’immagine di una città dai due volti. Volti che vanno raccontati entrambi, con la stessa lucidità, senza moralismi, senza strumentalizzazioni, senza bandiere di alcun partito o colore, senza sentimenti di rancore, senza omertà, senza banalizzazioni o perbenismo.

Barbara Tafuri

(Foto Renato Cavallo/Videoinformazioni)

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