Sul palco di vico Bagnara a Napoli la tragedia di Sofocle riscritta dalla Gag Produzioni

NAPOLI – Una delle tragedie più note e dense di significato morale della storia del teatro, l’Antigone di Sofocle,  riscritta e reinterpretata in maniera audace da un’emergente compagnia di giovanissimi attori. Dopo il debutto di ieri sera, venerdì 6 novembre, presso lo Spazio ZTN (Zona teatro naviganti) di vico Bagnara a Napoli (zona piazza Dante), la GAG Produzioni offrirà altre due repliche del suo spettacolo, previste rispettivamente stasera, sabato 7, e domani, domenica 8, con inizio alle ore 21.

Vincitore della Rassegna Sipari D’Emergenza 2015, il gruppo teatrale intende proporre al pubblico con “Creonte/Antigone” il tema del conflitto tra diritto individuale e autorità politica, che dall’antichità classica caratterizza il vivere sociale umano e giunge sino ad oggi, prendendo ad esempio, secondo l’autore e regista, Giuseppe Fiscariello, le sembianze dello scontro tra “gli studenti bistrattati” e “il sistema” che dal di sopra non riconosce mai le proprie colpe.  Nel tiranno Creonte è identificabile la tipica figura del despota che antepone a tutto la “ragione di Stato”, ovvero il proprio becero interesse per il quale ricorre alla menzogna e ad ogni sorta di sopruso. In Antigone, invece, si ha la rappresentazione degli ideali di “pietas”, devozione e giustizia: la donna, infatti, rivendica la sepoltura di suo fratello Polinice, ovvero l’adempimento di una legge divina impedito da Creonte per questioni politiche; è un modello, il suo, intriso di un coraggio che se da un lato non sembra scuotere la rassegnazione e l’impotenza della sorella Ismene, immagine del cittadino che deve “obbedire e basta”, dall’altra affascina, scherzo del destino, proprio il figlio del tiranno di Tebe, il giovane Emone il cui suicidio, conseguenza di quello della sua amante eroina, proietta nella dimensione etica di “sconfitto” il suo prepotente padre. Il contrasto tra “buoni” e “cattivi” nonché gli intensi toni drammatici vengono sapientemente rappresentati in scena attraverso i colori: rosso sanguigno il drappo della discordia che avvolge i protagonisti della vicenda; bianche le vesti di Antigone, simbolo di purezza e di innocenza, e del suo fidanzato (nel momento in cui si unisce a lei e si libera dei connotati paterni); nere quelle dell’inerte Ismene, di Creonte e delle sue perfide ancelle di corte. Proprio i singolari costumi di questi ultimi personaggi, in particolare i jeans e la T-shirt indossati dal tiranno, congiuntamente all’uso della pistola per il suicidio finale di Emone e al “giradischi” citato da Antigone in riferimento alle cerimonie della corte tebana, sembrano strumenti appositamente scelti per attualizzare al massimo il dramma sofocleo.

“Per noi artisti, meri esecutori funzionali al racconto, non ha senso ergersi sul piedistallo della moralità in cerca di giudizi – afferma ancora Giuseppe Fiscariello – . Abbiamo eliminato tutti i riferimenti classici e tutto ciò che potesse distogliere da quello che volevamo raccontare. Il conflitto. Senza nessun aggettivo vicino”.

Angelo Zito

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