Applausi al monologo di Saponaro-Donna Lionora

Al Ridotto del Mercadante seconda tappa della trilogia “Inizio, sviluppo e fine di donna Lionora” tratto dal romanzo “Il Resto di Niente” di Enzo Striano

Maiuscola interpretazione di Teresa Saponaro protagonista, con il suo monologo, di Sviluppo di Donna Lionora per la regia di Alessandra Felli. Lo spettacolo, andato in scena giovedì al Ridotto del Mercadante e in replica fino a domenica 20 marzo, è la seconda tappa della trilogia “Inizio, sviluppo e fine di donna Lionora”. Il lavoro, su drammaturgia di Maurizio Baraucci, è tratto dal romanzo “Il Resto di Niente” di Enzo Striano, del 1986, che narra la vita di Eleonora de Fonseca Pimentel. Costituisce la quarta edizione del progetto Teatro e Letteratura promosso dallo Stabile di Napoli che propone adattamenti teatrali delle opere di scrittori napoletani, o a Napoli particolarmente legati, rappresentativi del panorama letterario contemporaneo. L’attrice tarantina di madre napoletana veste i panni di Lenór nella stagione adulta della sua vita, quando ha raggiunto la maturità intellettuale ed esistenziale che di lì a poco la renderà “l’ eroina” della rivoluzione napoletane del 1799 che la storia ci ha consegnato. Il racconto riprende dal momento in cui la giovane, distrutta dal dolore per la morte di mamãe, ha acquisito la consapevolezza che solo il matrimonio può consentirle di vivere decorosamente. «Ci eravamo trasferiti in un’abitazione più piccola alla Platea della Salata, di fronte al consolato portoghese, un palazzotto del duca di Villareale, su uno slargo tranquillo. Dai balconi si vedeva la torricella rossa di Palazzo contro lo sfondo azzurro del Vesuvio» inizia a narrare Lenór. Quindi la composizione del bel sonetto per la nascita della seconda figlia del re, Luisa Amalia, che mandò a corte e la cantata “La nascita di Orfeo” per la nascita del principino ereditario Carlo Tito. L’incontro a corte con il suo primo amore “non consumato”, Luigi Primicerio al quale chiede “ti sei fatto anche tu libero fratello muratore?”.

 

La voce fuori campo di titío “Lenór, ci siamo. Credo che la tua sistemazione sia cosa fatta. Dopodomani verranno qui don Pasquale Tria con suo padre Francesco a conoscerti e stendere i capitoli per il matrimonio”. E’ il momento in cui Teresa Saponaro scandisce la fine del tempo di una giovane che cede il posto a un’ignota signora a lei identica solo nell’aspetto esteriore. “Contessa Tria. Eleonora Tria. Lenór Tria” ripete più volte. “Non suonava male, sebbene fosse meno di marchesa”. Il monologo a questo punto cambia ripetutamente registro e i toni diventano drammatici, poi gioiosi, quindi nuovamente drammatici. La recitazione, l’espressività e il linguaggio del corpo dell’attrice mantengono alta l’attenzione del pubblico coinvolgendolo nella turbinosa evoluzione esistenziale di Eleonora. Ricorda il dolore e le sofferenze patite dalla giovane donna in quel matrimonio di fine gennaio di quattro anni prima e quando, sorretta da papái che aveva ricevuto la sua lettera disperata, aveva abbandonato il marito. “Siete l’ultimo dei mascalzoni, conte Tria. La pagherete. Intanto Lenór viene via con me. Poi interverrà la legge” dice la voce fuori campo di papái. Racconta, quindi, tutta la gioia della contessa per la nascita del figlioletto. “Era l’alba di Natale quando avvertii trafitture nel ventre, poi caldo scorrere di liquido. Una fiumana…Un piacere che mi ripagava di tante cose. Dio a questo figlio quanta gratitudine dovevo”. Di lì a poco la felicità, però, cede il posto al dolore profondo e struggente della madre per la morte del figlio: “Il vecchio (il suocero don Francesco Tria) era morto un mese dopo il matrimonio. Il primo della serie: due mesi dopo la nascita del bimbo era morta vovò, la seconda. Il terzo fu lui, il piccolino”.

 

I toni di alzano e il monologo diventa dialogo. Lenór accusa il marito di essere stato la causa di questa tragedia. “Al cambio di stagione le grandi piogge insane, il freddo fuori tempo la ‘grippe’ che falcidiò Napoli. Avevo tentato di tutto, serrato la casa. Una fatica provvedersi sempre d’acqua, bollirla, lavarsi le mani ogni momento. Ma come si poteva con quel pazzo ignorante che arrivava chissà da dove sudicio, infangato, si buttava sul letto con le scarpe, non si lavava e se imploravo: ‘Almeno le mani, te ne prego. E’ per il bambino’, urlava”. Risponde la voce fuori campo di Pasquale Tria: “Tu l’hai fatto morì: Tutte le fisime tue, le tue manie! Cento volte al giorno a lavarlo. Tutta quell’acqua in faccia”. Il racconto si sposta sullo scenario rivoluzionario che caratterizza la Francia del 1789 con la notizia della presa della Bastiglia. “E a me per le spalle corre uno dei brividi antichi» commenta Eleonora, rivoluzionaria in fieri. Il suo salotto diventa il luogo di aggregazione delle nuove generazioni di intellettuali. Compie il suo primo gesto da ‘giacobina’ quando va al Galà, a Palazzo, con Gennaro Serra e nasconde delle copie della costituzione francese. Assiste nel dolore all’impiccaggione di Emanuele De Deo e Vincenzo Vitaliano. Il sipario cala sul suo arresto avvenuto il 5 ottobre del 1798 con conseguente trasferimento al carcere della Vicaria “Signora Piomentel” disse il gendarme. «Marchesa Pimentel Fonseca” precisai. “E va bbuo’ Marchesa. Mi dovete seguire per ordine del re”. “Dovrei prendere qualcosa. Denaro, la mia roba”. “Mi dispiace, niente di niente. L’ordine è preciso. Dopo. Dopo avrete quello che vi serve”. “Dopo quando?”. Il vecchio non rispose. Graziella, la sua cameriera, bocconi sul pavimento, si torceva, ululava, come dalla casa stesse uscendo il morto ( da “Il resto di niente” di Enzo Striano). Meritati i prolungati applausi del pubblico. Buona la regia di Alessandra Felli e conferma per il già apprezzato adattamento di Maurizio Baraucci. Le scene e i costumi dello spettacolo sono di Marta Crisolini Malatesta; le luci di Gigi Saccomandi; la produzione è del Teatro Stabile di Napoli.

Mimmo Sica

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