Nelle fabbriche ispezionate si lavorava fino a 12 ore al giorno per 2,75 euro l’ora. La Procura: “Condizioni ottocentesche”
Paghe da fame, turni massacranti, lavoratori in nero e condizioni di lavoro da incubo. È lo scenario emerso dall’inchiesta della Procura di Milano che punta il dito contro Tod’s Spa, il noto marchio del lusso guidato da Diego Della Valle, accusato di aver colposamente agevolato un sistema di sfruttamento del lavoro ai limiti della schiavitù moderna.
La richiesta è pesante: commissariamento e amministrazione giudiziaria dell’azienda. Secondo il PM Paolo Storari, i lavoratori impiegati negli appalti e subappalti legati alla produzione Tod’s sarebbero stati sottoposti a un regime di sfruttamento intensivo: notti passate a lavorare, festivi non pagati, dormitori improvvisati all’interno dei capannoni, e macchinari pericolosi senza sistemi di sicurezza. Scene che ricordano più l’800 che la moderna industria italiana.
Le 94 pagine del ricorso presentato dalla Procura si basano sulle ispezioni eseguite dai Carabinieri tra novembre 2024 e febbraio 2025 in diversi opifici del nord e centro Italia, dove si confezionavano le divise per i commessi dei negozi Tod’s. Sotto osservazione quattro stabilimenti: due nel Milanese (a Baranzate e Vigevano) e due nelle Marche. I primi due – Zen Confezioni srl e Li Quingdong – risultano subfornitori della Maurel srl, che a sua volta lavora per Ritaglio Magico, fornitore diretto di Tod’s.
È in questi luoghi che i militari hanno documentato condizioni di lavoro definite «ottocentesche»: sarti senza contratto, costretti a turni lunghissimi, festivi inclusi, per 2,75 euro all’ora, senza alcuna protezione, né formazione, né visite mediche obbligatorie. I lavoratori – perlopiù di nazionalità cinese ed ecuadoregna, spesso senza permesso di soggiorno – vivevano negli stessi ambienti in cui cucivano e mangiavano, videosorvegliati e in condizioni igienico-sanitarie degradanti, in un regime che la Procura definisce di “para-schiavitù”.
Durante le perquisizioni sono state trovate anche etichette “Made in Romania” da applicare agli indumenti prodotti in Italia, probabilmente per aggirare normative e controlli sull’origine.
Secondo il pm Storari, appare “patologico” il costante ricorso a un numero esiguo di dipendenti regolari, regolarmente sostituiti con personale irregolare. Tod’s, secondo l’accusa, avrebbe completamente omesso i controlli sulla catena produttiva, traendone evidenti vantaggi economici: prodotti realizzati in regime di sfruttamento, ma venduti come lusso.
Nel ricorso si legge un dettaglio emblematico: una tomaia prodotta in subappalto costerebbe tra 8 e 14 euro, per scarpe che sul sito Tod’s vengono vendute a 690 euro. Il gruppo, che vanta nel suo board anche Luca Cordero di Montezemolo e Luigi Abete, fattura oltre 1,1 miliardi l’anno.
Tod’s, dal canto suo, non risulta formalmente indagata, ma viene accusata di gravi carenze nei controlli su appaltatori e subappaltatori. L’azienda si difende dichiarando di “aver sempre rispettato la normativa sul lavoro” e di effettuare “controlli costanti” nei laboratori selezionati. Ma per la Procura, questa vigilanza non c’è stata o è stata inefficace.
Il caso è arrivato fino alla Cassazione, dove il PM Storari ha impugnato la decisione della Corte d’Appello di Milano, che si era dichiarata incompetente a favore della magistratura di Ancona. L’udienza è fissata per il 19 novembre.
Questo nuovo filone d’indagine si aggiunge a una lunga lista di inchieste simili che negli ultimi anni hanno travolto i giganti della moda italiana: Armani, Valentino, Loro Piana, Dior e Alviero Martini solo per citarne alcuni. Tutti accomunati da un meccanismo ben noto: lusso in vetrina, sfruttamento dietro le quinte.
Anche in questo caso, la magistratura sembra sopperire a un vuoto lasciato dalla politica e dal sindacato, incapaci finora di contrastare un sistema che genera profitti milionari sulla pelle di chi lavora in condizioni disumane. Fa riflettere il fatto che nel consiglio di amministrazione di Tod’s siedano personalità come Luca Cordero di Montezemolo e Luigi Abete, nomi simbolo del capitalismo “etico” italiano.
E pensare che proprio Della Valle, in più occasioni, aveva rivendicato con orgoglio la scelta di produrre in Italia per valorizzare il know-how artigianale del nostro Paese. Ma forse non serviva andare all’estero per abbassare i costi. Bastava chiudere un occhio e permettere a chi lavora per il brand, spesso immigrati senza tutele, di essere pagato poco e sfruttato molto.
Ciro Crescentini
