La protesta esplode nelle periferie parigine: pochi insegnanti, strutture degradate e condizioni di studio considerate peggiori rispetto ai licei del centro
La protesta degli studenti francesi non si ferma. Anzi, nelle ultime ore si è allargata dai licei alle università e ha assunto contorni sempre più tesi. Quella che era iniziata come una mobilitazione contro la mancanza di insegnanti, le classi troppo numerose e le condizioni degli edifici scolastici coinvolge ormai centinaia di istituti in tutta la Francia.
Secondo i dati diffusi dalle autorità, mercoledì erano stati interessati dalle mobilitazioni 356 licei. Giovedì mattina il movimento ha continuato a estendersi e, secondo le prime stime, sono circa 400 gli istituti coinvolti.
La giornata è iniziata con nuovi blocchi a Parigi, Marsiglia, Strasburgo, Lione e in altre città. Ma insieme alle manifestazioni pacifiche sono tornati anche gli episodi di violenza.

A Nantes un incendio ha interessato il liceo Nelson Mandela. A Marsiglia, invece, un gruppo di persone ha circondato un mezzo dei vigili del fuoco intervenuto per spegnere un incendio davanti al liceo Saint-Exupéry. Secondo la polizia, i pompieri sono stati costretti ad allontanarsi e il mezzo è stato successivamente incendiato. Sempre oggi, le autorità hanno riferito di un’aggressione nella quale una dirigente scolastica sarebbe stata cosparsa di benzina.
Sono episodi che il governo considera ormai un salto di livello. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha convocato una riunione interministeriale di crisi, alla quale partecipano i ministri dell’Interno, dell’Istruzione superiore e della Giustizia.
Da dove nasce la protesta
Il movimento è nato nelle periferie di Parigi, soprattutto nella Seine-Saint-Denis, e si è rapidamente diffuso nel resto del Paese. Gli studenti chiedono soprattutto la sostituzione degli insegnanti assenti, più personale, maggiori risorse e interventi sugli edifici scolastici.
Ci sono poi problemi molto concreti: classi sovraffollate, orari pesanti, professori che non vengono sostituiti e, in alcuni istituti, strutture considerate inadeguate.
Ma nelle periferie c’è anche un’altra questione, che gli studenti definiscono apertamente come una disuguaglianza tra scuole. Molti ragazzi sostengono infatti che non tutti i licei francesi partano dalle stesse condizioni. Nei quartieri popolari della periferia, raccontano, possono mancare professori per settimane, le classi possono essere più numerose e gli edifici necessitano spesso di interventi. Una situazione che, secondo gli studenti, contrasta con quella di alcuni licei delle zone più centrali e benestanti di Parigi, dove le condizioni di studio sono percepite come migliori.
Non è soltanto una protesta per avere un insegnante in più. È la denuncia di un sistema che, secondo questi ragazzi, rischia di creare studenti di serie A e studenti di serie B a seconda del quartiere in cui vivono.
La Seine-Saint-Denis è diventata così uno dei simboli della mobilitazione. È una delle aree più giovani e popolari dell’area parigina e il sentimento di essere penalizzati rispetto ai licei della capitale è diventato una delle motivazioni più forti della protesta. Il tema dell’istruzione si è quindi intrecciato con quello delle disuguaglianze sociali e territoriali.

Dalle periferie alle università
La novità di oggi è però l’ingresso delle università nella mobilitazione. Circa trenta campus risultano coinvolti dai blocchi o dalle iniziative di protesta, tra cui università di Parigi, Strasburgo, Marsiglia, Lione, Reims, Poitiers e Nanterre. Gli studenti universitari chiedono a loro volta maggiori risorse e contestano le condizioni di studio. La protesta, dunque, non riguarda più soltanto i ragazzi delle scuole superiori. Sta diventando una mobilitazione giovanile più ampia.
I numeri della rivolta
La giornata di mercoledì ha segnato un’escalation. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha riferito di 625 persone fermate, mentre sono stati segnalati 83 agenti tra polizia e gendarmeria feriti. Secondo il ministero dell’Istruzione, dall’inizio dei disordini sono rimasti feriti 119 studenti e membri del personale scolastico, tra cui 34 lavoratori della scuola.
Anche l’operato della polizia è finito al centro delle polemiche. Sono state aperte tre indagini dopo il ferimento di studenti durante i blocchi. A Tours, un ragazzo è stato ricoverato dopo aver riportato una ferita alla testa ritenuta compatibile con un colpo di LBD, un’arma utilizzata dalla polizia francese per il controllo delle manifestazioni. Le circostanze sono oggetto di un’inchiesta.

E la politica?
La protesta ha inevitabilmente attirato la politica. La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon ha espresso sostegno alle mobilitazioni e alcuni suoi esponenti sono comparsi davanti agli istituti occupati. Il governo e altri esponenti politici contestano invece questo sostegno, sostenendo che la protesta venga utilizzata politicamente. Il presidente Emmanuel Macron ha criticato chi, a suo giudizio, rischia di legittimare la violenza.
Ma ridurre tutto allo scontro tra Mélenchon e il governo sarebbe semplicistico. Le proteste sono nate prima di tutto da problemi concreti della scuola e molti studenti intervistati dai media francesi spiegano di essere scesi in strada per le proprie condizioni di studio, non necessariamente per sostenere un partito.
Una protesta che arriva in un momento delicato
Sul movimento pesa anche il clima politico nazionale. La Francia sta preparando il bilancio 2027, mentre il governo deve affrontare il tema della spesa pubblica e delle risorse destinate ai servizi dello Stato.
È qui che la protesta scolastica incontra la politica nazionale. Per gli studenti, la domanda è soprattutto quella delle risorse destinate alla scuola. Per il governo, la priorità è impedire che una mobilitazione nata nei licei degeneri in una nuova ondata di disordini.
Intanto, però, la protesta continua. Dalle periferie parigine alle università, il messaggio degli studenti è diventato chiaro: chiedono di essere ascoltati. E nelle strade francesi, oggi, la questione della scuola si è trasformata in un confronto molto più grande sul rapporto tra giovani, istituzioni e futuro del Paese.
Ciro Crescentini
