Cinema in lutto: è morto Ettore Scola, l’ultimo maestro

Il grande regista irpino aveva 84 anni: era ricoverato nel reparto di cardiochirurgia del Policlinico di Roma

ROMA – Se ne è andato l’ultimo grande maestro del cinema italiano. Ettore Scola è morto stasera a Roma al reparto di cardiochirurgia del Policlinico. Scola era in coma da domenica sera.

 

LE ORIGINI E LA CARRIERA – “C’eravamo tanto amati”, oltre a pellicola di grande successo, sa di saluto amichevole, di rispettoso encomio, magari di simpatico ed irriverente epitaffio. Magari sarebbe bello ricordarlo così, con il sorriso stretto tra le labbra. Rispettoso saluto che va all’ultimo maestro del cinema italiano, della Commedia all’italiana a cavallo tra i ’50 e i ’60, Ettora Scola, classe 1931.

Di origini irpine nasce il 10 maggio a Trevico, paese più alto e antico della Baronia detto per questo “balcone dell’Irpinia”. In adolescenza si trasferirà con la famiglia nella capitale, Roma, nel quartiere Esquilino. Giovanissimo inizia col disegnare vignette umoristiche per le riviste “Marc’Aurelio” e “Il travaso delle idee” per poi avvicinarsi alla stesura delle sue prime sceneggiature di commedie all’italiana. È il 1964 quando si ritroverà a dirigere Nino Manfredi, Alberto Sordi e Bernard Blier in “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”. I settanta saranno gli anni d’oro: “C’eravamo tanto amati” (1974), “Brutti, sporchi e cattivi” (1976), “Una giornata particolare” (1977). Tuttavia il decennio ottanta non sarà da meno “La famiglia”(1987) e “Che ora è?” (1989), in quest’ultimo dirigerà Massimo Troisi con un grande Mastroianni.

Chi scrive ha conosciuto Scola proprio con questa pellicola, fra le sue più intime e semplici nel ricalco di un viaggio di ricongiungimento tra padre e figlio, risoltosi nel dono di un orologio che al giovane Michele (Troisi) riporta alla mente la semplice gestualità del calore familiare che è poi stato uno dei cardini del cinema di Scola riuscendo in questo modo ad esprimere, inquadrare un paese che stava cambiando, un Paese in contraddizione perenne (“C’eravamo tanto amati”), pur sempre fatto di carne e di uomini.

 

Vincenzo Perfetti

(Foto raitre)

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