Manifestazione in centro contro turni di 12 ore, paghe basse e false partite Iva
Ieri sera, sabato 28 marzo, le vie di Milano si sono riempite di biciclette, zaini termici e cartelli alzati al cielo. I rider, sostenuti dall’Unione Sindacale di Base, hanno attraversato il centro cittadino per chiedere ciò che, sostengono, manca da troppo tempo: un contratto vero, tutele reali e il riconoscimento di diritti elementari.
«Non possiamo continuare a rischiare la vita per due euro a consegna», hanno gridato durante la manifestazione. Il racconto che emerge è quello di turni che arrivano fino a dodici ore consecutive, sette giorni su sette, per guadagni che sfiorano appena i trenta euro complessivi. Il tutto pedalando nel traffico, sotto la pioggia o nel freddo, con la costante possibilità di incidenti e senza la copertura di malattia o ferie retribuite.
A osservare la situazione dal punto di vista legale è l’avvocata giuslavorista Giulia Druetta, che negli ultimi anni ha seguito diverse vertenze che hanno coinvolto i fattorini delle piattaforme digitali. «Le norme esistono già – spiega – ma spesso non vengono applicate. Alcune società arrivano sul territorio, organizzano il lavoro e aggirano le regole. La Procura si è mossa, ora tocca alle istituzioni intervenire per regolarizzare davvero il settore».
Il nodo centrale resta l’inquadramento contrattuale. Molti rider, denunciano i sindacati, continuano a operare come partite Iva pur svolgendo un’attività che, nei fatti, presenta caratteristiche di subordinazione. «In dieci anni la politica ha fatto pochissimo – afferma Elena Lott di Slang Usb –. La maggioranza dei lavoratori è ancora in una condizione di falsa autonomia. Siamo fermi al punto di partenza, mentre il settore è cresciuto enormemente».
Negli ultimi dieci anni, spiegano i manifestanti, le piattaforme di consegna hanno trasformato il modo di ordinare e ricevere cibo a domicilio. Ma dietro la comodità dell’app si nasconde, secondo i rider, un sistema che scarica sui lavoratori tutti i rischi d’impresa.
La richiesta è chiara: un contratto nazionale che garantisca salario minimo, coperture assicurative, ferie, malattia e orari sostenibili. Dopo le iniziative della magistratura, ora l’attenzione si sposta sulla politica. Per i rider scesi in piazza, il tempo delle promesse è finito: serve una riforma concreta che riconosca diritti e dignità a chi ogni giorno attraversa la città per pochi euro a consegna.
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