Secondo la Corte, questo limite fisso e invalicabile lede i principi costituzionali di uguaglianza e di tutela effettiva del lavoratore, impedendo al giudice di valutare caso per caso la congruità del risarcimento.
Un’importante svolta in tema di tutela dei lavoratori nelle piccole imprese arriva dalla Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 118 del 2025 ha dichiarato incostituzionale il tetto massimo di sei mensilità previsto per le indennità risarcitorie in caso di licenziamento illegittimo da parte di datori di lavoro con meno di 15 dipendenti.
La norma censurata – contenuta nell’articolo 9, comma 1 del decreto legislativo 23/2015, parte del cosiddetto Jobs Act – prevedeva che, per le aziende sotto la soglia dimensionale prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il risarcimento economico per il dipendente ingiustamente licenziato non potesse in alcun caso superare sei mensilità della retribuzione utile al calcolo del TFR, a prescindere dalla durata del rapporto o dalla gravità della violazione.
Ma secondo la Corte, questo limite fisso e invalicabile lede i principi costituzionali di uguaglianza e di tutela effettiva del lavoratore, impedendo al giudice di valutare caso per caso la congruità del risarcimento. Un vincolo che – si legge nella sentenza – mina la funzione deterrente dell’indennizzo e svuota di significato la personalizzazione del danno, lasciando spazio a ingiustizie evidenti.
Una decisione che riapre il dibattito sul Jobs Act
La pronuncia rappresenta un colpo significativo a uno dei pilastri del Jobs Act, la riforma del lavoro voluta dal governo Renzi. In particolare, mette in discussione l’impianto che differenzia le tutele dei lavoratori in base alla dimensione dell’impresa, lasciando quelli impiegati nelle realtà più piccole esposti a tutele notevolmente inferiori.
La Corte ha anche auspicato un intervento legislativo, sottolineando che il solo numero di dipendenti non può essere considerato un indicatore sufficiente della forza economica di un’impresa o della sua capacità di sostenere i costi di un licenziamento illegittimo. Esperienze in altri settori del diritto – come la normativa sulle crisi d’impresa – dimostrano che criteri più articolati possono offrire un quadro più equo ed efficace.
La reazione dei sindacati e della politica
Non si è fatta attendere la reazione del mondo sindacale. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha definito la sentenza “una vittoria per i lavoratori e per la democrazia”, ricordando che il quesito referendario promosso dal sindacato chiedeva esattamente l’eliminazione del tetto ai risarcimenti: “ora è necessario riportare al centro del dibattito politico il lavoro e la dignità delle persone”, ha dichiarato a margine di un evento con i giovani al Giffoni Film Festival.
Soddisfatto anche il senatore dell’Alleanza Verdi e Sinistra, Tino Magni, che ha parlato di “una risposta netta” a chi aveva criticato il sindacato per aver proposto il referendum. “La Consulta ha fatto bene a ribadire che il giudice deve poter decidere liberamente l’entità del risarcimento in base alla gravità del caso. Ora il Parlamento non ha più alibi: serve una legge che cancelli definitivamente quei limiti”, ha aggiunto.
La sentenza riaccende il confronto su come riequilibrare i rapporti tra lavoratori e imprese, soprattutto in un contesto economico dove la precarietà e le disuguaglianze sono in crescita. Con questa decisione, la Corte Costituzionale ribadisce che le tutele non possono essere ridotte a meri automatismi, ma devono rispettare i principi fondamentali di equità e giustizia.
Il Parlamento, ora, è chiamato a recepire il messaggio della Consulta e a intervenire con una riforma che superi definitivamente le rigidità del Jobs Act, ridando centralità alla figura del lavoratore anche nelle realtà produttive più piccole.
Red

