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In Campania la crescita più alta d’Italia? Sorpresa: non era così

Redazione by Redazione
2 Agosto 2018
in Economia e Società, Notizie correlate
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Dalle anticipazioni al rapporto Svimez 2018 emerge la revisione per il 2016: non era il +3,2% e neppure il 2,4%, ma l’1,5%. Nel 2017 la stima è di +1,8%. In compenso aumentano il disagio sociale e non si arresta l’emigrazione giovanile

Ricordate il boom nel Pil della Campania? Si erano sbagliati. Nelle pieghe delle anticipazioni al rapporto Svimez 2018, presentate oggi, emerge la revisione del dato sulla crescita del 2016. All’inizio parevano numeri sbalorditivi: +3,2% per l’Istat, e +2,4% per la più prudente Svimez. Invece, pochi giorni fa, la rettifica: +1,5%, in linea col dato nazionale, non certo assai più alto. E quindi dobbiamo riavvolgere il nastro, e cancellare tutto. A partire dal governatore Vincenzo De Luca, che parlava di crescita “a livelli coreani” (Corea del Sud, non pensate a Kim Jong Hun). Per non parlare del Foglio, giornale di tendenza renzusconiana, che titillava i trombettieri del governo Pd: “La Campania cresce più degli Stati Uniti”. Alla Casa Bianca tireranno ora un sospiro di sollievo. Ma dalle parti di Palazzo Santa Lucia qualcuno, pur incolpevole dell’errore, avrà un brusco risveglio. Pare infatti che in Campania, anche quando si strillava al miracolo economico, non abbiano mai smesso di aumentare i poveri e i disoccupati.

 

 

IN CAMPANIA CRESCE IL PIL MA PURE IL DISAGIO SOCIALE – Secondo la Svimez, il cui rapporto uscirà a ottobre, nel 2017 la Campania conferma la crescita del pil. Ma il rovescio della medaglia è l’aumento del disagio sociale. La Campania (+1,8%) è la terza regione per tasso di sviluppo, dopo Calabria (+2%,) e Sardegna (+1,9%). Accanto al segno più, però affianca un meno: già nel 2016, il saldo migratorio è negativo (-9,1 mila residenti, tasso netto di -1,6 per mille). Quanto a emigrazione, solo la Sicilia fa peggio (-9,3 mila residenti). La Campania, inoltre, vive una pericolosa dicotomia. Alla dinamica economica positiva si affianca una dinamica sociale negativa. Incremento dei tassi di povertà, peggioramento complessivo della qualità dei servizi pubblici. Tradotto in termini di vita reale, sono meno posti in asilo nido per i bambini, meno posti letto nei presidi socio assistenziali, maggiori code per prenotazioni presso le asl. Ad esempio, in tema di mobilità ospedaliera, soltanto la Calabria presenta un peggior tasso di emigrazione netta per ricoveri acuti, che in Campania è di -32.098 pazienti. E se in Italia, nel 2015, l’1,4%% delle famiglie si impoverisce per sostenere le spese sanitarie non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale, la percentuale in Campania sale al 3,8%, la più elevata al sud. Del resto, con appena 106 punti nella griglia Lea del 2015, è l’ultima regione perfino tra quelle inadempienti alla soglia minima. Ma tra 2007 e 2016 aumentano pure i tempi d’attesa, oltre i 20 minuti, per le file all’anagrafe (da 13,3 persone a 26,0 persone ogni 100), le aziende sanitarie (da 48,7 a 66,8) e negli uffici postali (da 46,1 a 60,0). In campo economico, vanno molto bene le costruzioni (+16,5% nel 2015-2017), spinte dalle infrastrutture finanziate con i fondi europei. Ma anche l’industria in senso stretto prosegue la sua corsa (+8,9% negli ultimi tre anni), grazie soprattutto alla leva dei Contratti di Sviluppo. I servizi, invece, fanno segnare nel triennio un più modesto +3,7%, in buona parte proprio per merito del turismo. Mentre l’agricoltura va in controtendenza e accusa una flessione tra 2015 e 2017 pari a -1,3%.

 

 

AL SUD CRESCONO I POVERI E FUGGONO I RESIDENTI – Il sud, nel 2017, appare ancora come un Vietnam. Le famiglie in povertà assoluta nel 2016 erano 600 mila, adesso 845 mila. La ripresa tocca il mezzogiorno, ma all’orizzonte si scorge la frenata. E intanto sono 2 milioni i meridionali emigrati negli ultimi 16 anni, la metà giovani.  Alla diaspora di chi parte in cerca di lavoro si associa il raddoppio delle famiglie in cui, tra 2010 e 2018, tutti i componenti sono disoccupati: la quota arriva a 600.000. Certo, il pil meridionale aumenta dell’1,4%, rispetto allo 0,8% del 2016. Quasi quanto il centro nord (+1,4%). Un risultato dovuto al forte recupero del settore manifatturiero (5,8%) e, in misura minore, delle costruzioni (1,7%). Ma guardando più in profondità, riferirsi alla crescita può diventare fuorviante. «La crescita dell’economia meridionale nel triennio 2015-2017 – spiega la Svimez – ha solo parzialmente recuperato il patrimonio economico e anche sociale disperso dalla crisi. Ripresa trainata dagli investimenti privati, manca il contributo della spesa pubblica». L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno sottolinea la “forte disomogeneità tra le regioni del Mezzogiorno: nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania registrano il più alto tasso di sviluppo. Più occupazione ma debole e precaria. L’ampliamento del disagio sociale, tra famiglie in povertà assoluta e lavoratori poveri. Nuovo dualismo demografico: meno giovani, meno Sud. La limitazione dei diritti di cittadinanza, il divario nei servizi pubblici”. Il quadro va guardato in prospettiva. In base alle previsioni elaborate dalla Svimez, nel 2018 il pil del centro nord dovrebbe crescere dell’1,4%, in misura maggiore di quello delle regioni del sud +1%. Ma è soprattutto nel 2019 che si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel centro nord e +0,7% al Sud. In due anni, un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo.

 

Quanto al lavoro, per i meridionali si conferma un’incognita. “È proseguita nel 2017, sia pur con un rallentamento a fine anno, la crescita dell’occupazione – spiega la Svimez -: nel Mezzogiorno aumenta di 71 mila unità (+1,2%) e di 194 mila nel Centro-Nord (+1,2%). Ma al Sud è ancora insufficiente a colmare il crollo dei posti lavoro avvenuto nella crisi: nella media del 2017 l’occupazione nel Mezzogiorno è di 310 mila unità inferiore al 2008, mentre nel complesso delle regioni del Centro-Nord è superiore di 242 mila unità. Nel corso del 2017 l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuta quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). Vi è stata una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita del 2,5% nel 2016, il che dimostra che stanno venendo meno gli effetti positivi degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni al Sud”. Insomma: fine del bluff.

Gianmaria Roberti

 

Tags: Campaniamezzogiornopilrapporto svimez 2018sud
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