Il lavoro pubblico non calpesti la dignità dei lavoratori

Le gare d’appalto proposte da Comuni, Regioni, Ministeri e quant’altri molto spesso non si interrogano fino in fondo sui rapporti di lavoro indiretti che le stesse creano

La Pubblica Amministrazione può rappresentare il motore principale per l’uscita dalla crisi post-Covid 19 dell’economia italiana. Interventi, prestazioni e servizi chiesti al mercato dallo Stato centrale e dalle sue articolazioni periferiche (Regioni e Comuni), rappresentano una fetta consistente del pacchetto economico complessivo dell’Italia.

In altri termini il ricorso al mercato è una delle voci più forti del Bilancio dello Stato e come tale influenza l’andamento dello sviluppo e della crescita delle relazioni economiche e sociali.

La Cgia di Mestre ci dice due cose a tal proposito: la spesa per consumi della P.A. italiana equivale a circa il 5,6% del PIL, il suo costo vale 90 miliardi di euro.

Tolte le spese per il funzionamento della macchina amministrativa (costi rigidi) rimane una gran fetta per l’acquisto di beni e servizi in settori principali della vita pubblica: sanità, trasporti, rifiuti, etc.

Le gare d’appalto proposte da Comuni, Regioni, Ministeri e quant’altri molto spesso non si interrogano fino in fondo sui rapporti di lavoro indiretti che le stesse creano. Temporaneità delle gare, natura dei contratti applicati, scarse o nulle forme di controllo, mancata applicazioni di clausole sociali, bassa sindacalizzazione, elevati ribassi d’asta, scarsa qualità indicata nei requisiti richiesti ai soggetti contraenti, pagamenti in tempi esorbitanti, rappresentano i migliori alleati della precarietà, della flessibilità e del massacro dei diritti sociali dei lavoratori.

La P.A. così offre un ombrello al lavoro nero, sottopagato e di scarsa qualità!

Se il settore pubblico deve dare l’esempio di come ci si comporta, quello offerto da chi guida lo Stato è pessimo e di grado ultimo, autorizza tutti gli altri soggetti economici al “rilassamento”, li legittima ad allentare i diritti, a comportarsi in egual maniera nei confronti dei prestatori d’opera. Perché un imprenditore privato dovrebbe rispettare la legge se il suo interlocutore pubblico si comporta diversamente? Se a ciò aggiungiamo gli sprechi, i privilegi e le scelte clientelari ed assistenziali indotte dalla politica, la dimensione dell’interrogativo si aggrava.

Se il quadro pubblico è compromesso più o meno in questa maniera, preoccupa e non poco l’uso dei fondi messi a disposizione dalla UE, che l’Italia ha qualificato con una serie di progetti (Recovery Plan) che massimamente riguardano il digitale, l’economia verde, le infrastrutture, la mobilità, il piano acqua. 

Il dibattito politico distrae l’opinione pubblica su quanto lo Stato spende, ovvero se le cifre sono molte o poche, giammai sulla qualità di ciò che sono in grado di attivare e qualche volta dimenticano anche l’utilità di ciò che si sceglie di fare.

Non è un quadro edificante su come si atteggia lo Stato ed a maggior ragione non è chiaro fino in fondo se intende cambiare la modalità di gestione rispetto alla massiccia dose di liquidità che avrà a disposizione nei prossimi anni. Innovare è la parola d’ordine per ripartire dopo la pandemia. Bene, ma in che direzione andranno ed attraverso quali mani si intenderanno attivare le opere migliorative? In queste condizioni si promuovono sviluppo e innovazione oppure sottomissione e sottosviluppo?

L’Europa ci chiede di agire principalmente nelle direzioni della digitalizzazione e del green, l’Italia ripete pedissequamente queste indicazioni, ma non si interrogano su un lavoro di qualità, che rispetti la dignità dei lavoratori, che emancipi i rapporti sociali. Insomma, non ci parlano di un lavoro che sia sicuro e di livello.

Non credo, personalmente, che questa offerta di “lavoro pubblico” e la poca chiarezza sulla scelta dei contraenti delle opere da realizzare possano incidere, e positivamente, sulle dinamiche della crescita di un paese indebitato più che mai e che produce nuovo debito giornaliero per sopravvivere al Covid – 19. 

Giova qui ricordare, al contrario, che la Legge 11 settembre 2020, n. 120 ha introdotto un quadro di norme derogatorie, tra le altre riguardanti anche e principalmente semplificazioni in materia di contratti pubblici ed edilizia (sotto soglia), che non si interrogano minimamente su quella “qualità” del lavoro pubblico qui richiamata, che potenzialmente potrebbe favorire (non contrastare)  fenomeni distorsivi nelle attività di esecuzione di lavori, servizi e forniture richiesti dalle stazioni appaltanti, nel nome dell’emergenza sanitaria.

Né tantomeno aiuta questo “nuovo” dualismo tra Stato centrale e P.A. periferica, con conflitti originati da un lato per presunzione territoriale e dall’altro per mancanza di responsabilità centrale. Eccessi che si ripercuoteranno inevitabilmente nei prossimi anni, quando, si spera, dopo il disastro della pandemia si potrebbe prospettare una fase di crescita economica. Sperando ancora che sia crescita anche e soprattutto per le classi subalterne, per gli esclusi di sempre.

Gli interrogativi, peraltro molto timidi, sulla messa in discussione dell’attuale Titolo V della Costituzione, vanno nella giusta direzione. Piuttosto che esacerbare i rapporti tra Nord e Sud, attraverso il disegno di una maldestra interpretazione federalista, ricercando una autonomia divisiva e dannosa, come se il Covid – 19 non avesse insegnato nulla sulle mille diaspore tra le articolazioni amministrative della Stato, si recuperi il terreno politico per una battaglia parlamentare larga e trasparente. Rifuggendo dalle scorciatoie offerte dal dibattito sull’autonomia differenziata attraverso la presentazione di emendamenti all’ultimo minuto o con collegati ad altre leggi per “ammazzare” una discussione forte e chiara. E poi dare la parola ai cittadini, il modo più diretto per interpretare la partecipazione in un momento straordinario come l’attuale.

Come non essere preoccupati in nome di questa emergenza e di quello che produrrà nel nostro immediato futuro?

Raffaele Carotenuto

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