I nuovi bambini? Bellissimi e infelici

Quello del bambino ‘vestito’ da brodo di polpo, è solo l’ultimo in ordine di tempo. Dove finisce il diritto dei bambini ad essere tali, e dove inizia il divertimento dei loro genitori?

C’è un film che meglio di tutti racconta con leggerezza e senza mai far scemare il sorriso, quel mondo –da noi ancora abbastanza lontano- fatto di concorsi di bellezza per bambini.

 

Protagonista di Little Miss Sunshine è una bambina bruttarella (sì, esistono anche i bambini brutti) che se ne va in giro con la sua famiglia sgangherata inseguendo la partecipazione al concorso di bellezza più immorale della storia dei concorsi di bellezza: quello che vede gareggiare bambine decisamente troppo piccole la cui età è inversamente proporzionale ai quintali di lacca che tiene ferme le loro acconciature.

 

Chi scrive ha maldestramente avuto il suo primo approccio con le ciglia finte alla veneranda età di 39 anni, trovandosi peraltro con le dita appiccicate e segni neri su tutta la faccia. Le piccole concorrenti della nota trasmissione, invece, a 3 anni hanno già il french sulle dita di mani e piedi, reggiseni imbottiti, calze con la riga, tacchi ridicoli su ridicole scarpe numero 25.

 

Responsabili, uniche criminali responsabili di questo obbrobrio sono naturalmente madri frustrate, che cercano in una disperata lotta contro il tempo di sembrare ogni giorno sempre più giovani, e lo fanno strappando l’infanzia alle loro mini me che invece che con un teddy bear si ritrovano a giocare con piastre per capelli e unghia finte.

 

Quell’io ti ho fatto io ti distruggo che le nostre minacciose mamme ci hanno tante volte lanciato contro assieme a una ciabatta volante, si estende in casi del genere- ad un vero e proprio diritto di esercizio assoluto su queste creaturelle, che hanno come unica colpa quelle di essere nati da una mamma sbagliata.

 

Sì, perché quelle sono mamme – meno spesso padri- sbagliatissimi. Qualunque genitore consenta e anzi favorisca la sessualizzazione di quei corpicini, lo è. Lo è chiunque utilizzi il proprio figlio per fare bella mostra di sé, per provare ad ottenere quel successo che lui stesso non è riuscito a raggiungere, lo è, sbagliato, quando tenta di far passare per gioco quello che è un vero stupro, quando strappa gli anni migliori alla carne della sua carne, calandola di fatto in qualcosa di troppo grande per essere compreso. E non c’è bisogno di arrivare a Little Miss America.

 

La violenza delle italiche mamme si estrinseca attraverso i vari Pitti Bimbo e via a scendere, non concorsi di bellezza, ma comunque passerelle dove sono chiamati a sfilare, sculettanti e ammiccanti bambini che forse preferirebbero stare in cameretta a giocare con il Lego.

 

Pitti Bimbo a parte, levata quella barbara abitudine che vede forare le orecchie alla nascita, e strizzare i neonati in pagliaccetti animalier, qui da noi tale genio del male si estrinseca –fortunatamente- giusto nel periodo di Carnevale.

Dimentiche di ogni forma di buon senso, queste mamme mostruose sembrano non aspettare che questo periodo dell’anno per dare sfogo a lustri di insoddisfazione e scontento. Come se colorare di phard l’amato bene possa risarcirle dai pomeriggi passati a stirare guardando la tv o come se quella bellezza impubere riuscisse a far brillare di luce riflessa la loro pelle opaca e stanca.

 

E in buona parte dei casi si tratta delle stesse mamme che sono pronte a gridare al maniaco se un bidello prende in braccio la figlia e le schiocca un bacio sulla guancia, oppure se al parco uno sconosciuto spinge la creatura sull’altalena. Come dire ‘tu non puoi privarla del diritto all’infanzia, io invece’.

 

Nella nostra città, orfana di un buon fotografo (Oreste Pipolo) che ha fatto del cattivo gusto dei suoi clienti la sua grande fortuna, è salito recentemente agli onori delle cronache un altro fotografo (Diego Oliva), correo, assieme alle suddette mamme criminali di aver spalmato su un 6×3 delle bambine seminude  per promuovere il suo studio fotografico.

Il cartellone pare sia stato rimosso dopo qualche ora, ma strappare via della carta non significa, purtroppo  fare luce nelle coscienze obnubilate di quei genitori scellerati, o restituire a quei piccoli, involontari modelli, la pulizia di un’infanzia dovuta.

 

Il carnevale, si dice, è la festa dei bambini. Ma i bambini, se potessero farlo, cosa direbbero a riguardo?

 

Sarah Galmuzzi

(Foto Diego Oliva)

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