Riceviamo e pubblichiamo integralmente
Ogni anno il nostro sistema economico consuma oltre 100 miliardi di tonnellate di materiali. Di questi, meno del 7% viene riciclato e rimesso in circolo. Il resto si disperde: emissioni, discariche, spreco. È la fotografia impietosa che ci consegna il Circularity Gap Report 2025, e il dato peggiore è che stiamo andando nella direzione sbagliata. La percentuale di materiali riciclati è in calo: era il 7,2% nel 2018, oggi è al 6,9%. Crescono l’estrazione di risorse, la produzione di rifiuti, le disuguaglianze.
Il problema non è il riciclo, ma il sistema. Più crescono i consumi, più diventa difficile chiudere il cerchio. Oggi il 38% dei materiali serve a costruire infrastrutture e beni durevoli (stock): palazzi, strade, impianti. Un capitale fisso che resta fermo per decenni, spesso progettato senza pensare al riutilizzo. Nel frattempo, continuiamo a costruire come se le risorse fossero infinite. Non lo sono.
La disuguaglianza è un altro nodo: i Paesi ad alto reddito consumano sei volte più risorse di quelli a basso reddito. E mentre godono dei benefici, sono spesso i più poveri a subire i danni ambientali: deforestazione, miniere, discariche a cielo aperto. Serve un’economia diversa, ma anche una giustizia globale.
In questo quadro, l’Italia gioca una partita complessa. Siamo tra i migliori in Europa per tasso di riciclo, ma con forti squilibri territoriali e settoriali. Rifiuti urbani, carta, vetro e metalli funzionano. Ma edilizia, plastica e RAEE (rifiuti elettronici) restano indietro. I materiali da costruzione, ad esempio, vengono recuperati solo per il 22%, spesso in applicazioni di basso valore.
Manca ancora una strategia nazionale forte. Il Programma italiano per l’economia circolare è un primo passo, ma servono politiche fiscali e industriali più coraggiose: premi per chi produce beni duraturi e riparabili, investimenti in filiere innovative, sostegno alla progettazione circolare. Le PMI italiane hanno talento e flessibilità, ma non possono reggere da sole il peso della transizione.
Il messaggio del Report è chiaro: non possiamo riciclare un modello economico sbagliato. Serve ridurre la quantità assoluta di risorse consumate, progettare beni pensati per durare, favorire modelli di servizio e condivisione. L’economia circolare non è un settore, è una nuova forma di prosperità. Un’Italia capace di interpretarla può guidare l’Europa. Ma bisogna agire ora. Perché il tempo non è più una variabile indipendente.
Giovanni Di Trapani, ricercatore CNR
