Carotenuto: “Un piano per il lavoro, diritto alla dignità”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il diritto al lavoro nel Sud, il diritto a “fermarsi” nel Mezzogiorno, il diritto a non abbandonare queste terre è una sicura priorità. Il “diritto” si traduca quindi in un piano per il lavoro “ordinario” che metta al centro le vocazioni, una nuova fase industriale, una politica di sviluppo che punti all’essenzialità di poche, chiare e definite “direttrici di futuro”. Il diritto al lavoro diventi, per eccellenza, “il diritto al diritto”.

Il Recovery Found viene spesso (e solo) nominato per la quantità di miliardi che dovrebbero essere destinati al Sud, non una sola parola sul fatto che la UE potrebbe determinare un processo di condizionamento per l’Italia, creando nel legislatore italiano la situazione di soppiantare i fondi ordinari previsti per il Mezzogiorno e quindi di sovvertire il rapporto tra ordinarietà del bilancio italiano e fondi aggiuntivi dell’Europa.

Un capovolgimento pericoloso le cui conseguenze si avvertiranno più compiutamente verso la fine della spinta propulsiva delle misure del dopo-Covid. A quel punto rimarrà un Sud più indebitato e senza neanche il sostegno del proprio Governo.

Un corretto rapporto economico tra le diverse aree del paese avrebbe l’obbligo di prevedere il 40% della spesa corrente per i 20 milioni di meridionali, oltre ai fondi europei (addizionali). Insomma, nessuna “straordinarietà” sociale ed economica, niente lavoro eccezionale, nessuna scelta extra.

Un territorio “periferizzato” quello del Sud dove la marginalità sociale attecchisce molto prima di qualsiasi elemento di sviluppo, tenuto a bagnomaria da scelte che non hanno strategia, dove ancora si discute sulla presunta opportunità come il ponte sullo stretto di Messina o le zone economiche speciali (ZES). Mentre le Regioni del Sud hanno treni e materiale rotabile con una età media tra le più alte d’Italia (oltre 19 anni), dove la maggior parte dei treni del Mezzogiorno sono più lenti, non elettrificati e camminano su binario unico.  

Il Sud è stato ulteriormente “immiserito” dal Covid – 19, ha visto aumentare le disuguaglianze tra gli individui e non ha bisogno di una sorta di “capitalismo di comunità”. E’ utile spostare l’asse sulla crescita dei “territori di margine”, sullo sviluppo dei “non luoghi”, su quei posti che hanno perso  attrattività economica. Non servono misure che mettono in contrapposizione centri urbani buoni, su cui agitare l’idea della creazione di una silicon valley utile per ogni stagione, e cattivi, lasciando prendere il sopravvento alle esclusioni sociali.

Come pure non è utile pensare a forme di solidarietà pubbliche gestite da privati presuntamente filantropi ed illuminati. Ad ognuno la sua parte; allo Stato l’onere di creare lavoro pubblico, lavoro sano, lavoro stabile, inclusione sociale, dentro un confine certo di definizione degli obiettivi dove a prevalere siano regolarità, tempistica e programmazione.

Questa impostazione si fonda anche su un connotato politico preciso; non parla alla pancia degli scontenti, non alimenta rotture sociali, non punta sugli individui esasperati dalla pesantezza della precarietà di vita, lascia intravedere, al contrario, orizzontalità, partecipazione, condivisione degli obiettivi, sottrae forze al populismo e alle pratiche identitarie che soffiano sulla protesta sociale.

Meglio puntare su uno “sviluppo di comunità”, su una società di prossimità che avanzi su pratiche di mutualismo, di auto-aiuto, di orizzontalità sociale per recuperare distanze fisiche e culturali.

E bisogna vivamente sperare che questo nuovo debito offerto dalla UE, poiché di questo si tratta, non condizioni riforme che vanno ad ingrassare i soliti gruppi industriali e principalmente la presunta locomotiva del Nord.

Il lavoro è un diritto, il diritto permette dignità, qualifica la cittadinanza, crea solidarietà nella classe di appartenenza. Rende donne e uomini al pari di eguaglianza economica e sociale, qualità della vità, rispetto umano. Ma l’Europa vuole questo dal Mezzogiorno oppure preferisce rigenerare un capitalismo in difficoltà che deve azzannare i soliti sfortunati?

Si ha tutta l’impressione che la UE voglia che il resto dell’Italia continui a colonizzare quest’area ritenuta di riserva, per indirizzare politiche di rigore finanziario che si potranno allentare solo facendo avanzare scelte dolorose. Chi ci assicura che l’accordo sul prestito europeo non abbia come finalità ultima l’accettazione del MES in cambio di lacrime e sangue?

Si proponga un comitato di controllo popolare che dia spazio proprio ai territori ed a quelle persone sulle quali ricadranno le scelte, facciamo parlare le città, spezziamo ogni mediazione che nasconde in sé gruppi di pressione (e di interessi), spostiamo l’attenzione sugli spazi urbani vissuti.

La centralità delle scelte non può risiedere in mani già macchiatesi di questa devastazione. 

Raffaele Carotenuto

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