Clientelismo e voti consolidati rendono inutile la partecipazione reale
Le ultime elezioni regionali in Campania, Puglia e Veneto hanno consegnato un quadro inquietante: la maggioranza dei cittadini resta lontana dalle urne. In Campania ha votato solo il 44% degli aventi diritto. Più di uno su due ha deciso di non partecipare al voto. L’astensionismo non è più solo protesta silenziosa: è la fotografia di una frattura profonda tra cittadini e politica, e il vero vincitore di ogni elezione.
Ma guardando ai numeri reali, emerge un altro fenomeno altrettanto significativo: centrodestra e centrosinistra non sono poli alternativi, ma due facce dello stesso blocco di potere. Proteggono gli stessi interessi, difendono gli stessi sistemi di controllo e spesso si muovono all’unisono. In questo contesto, chi vota ha sempre meno possibilità di incidere davvero.
Scorrere i nomi degli eletti è istruttivo e, spesso, sorprendente. Interessante soffermarsi su alcuni eletti dello schieramento che ha sostenuto Roberto Fico. Alcuni di loro provengono dalle aziende partecipate, svolgono il ruolo di “sindacalisti-consiglieri”. Aziende partecipate, lungi dall’essere strumenti al servizio dei cittadini, sono diventate vere e proprie macchine di consenso per questi personaggi. Allo stesso modo, molti altri eletti gestiscono pacchetti di spesa pubblica — sociale, ambiente, infrastrutture — con risultati spesso discutibili, eppure continuano a raccogliere voti massicci.
E poi ci sono i voti “ereditari”, le preferenze personali che crescono apparentemente dal nulla: candidati sconosciuti che prendono decine di migliaia di voti locali, figure che cambiano partito senza perdere consenso, mogli di, figli di, amici di… fenomeni che mostrano quanto il sistema elettorale sia costruito per proteggere interessi consolidati più che per rappresentare il cittadino.
In questo scenario, chi invita e continua a invitare al “voto utile” ignora che almeno il 50% degli eletti viene selezionato da dinamiche che nulla hanno a che fare con la partecipazione libera. Anche se votassero quattro su cinque, la militarizzazione del voto e le macchine di consenso continuerebbero a pesare, ma almeno la percentuale di clientela politica sarebbe leggermente ridotta.
Il quadro generale è chiaro: nessuno ha interesse reale a riportare le persone alle urne. Il sistema funziona così com’è, e chi lo governa ne trae vantaggio. Il risultato è che la politica italiana resta distante dai cittadini, incapace di rappresentare la maggioranza e sempre più percepita come un esercizio autoreferenziale di potere.
L’astensionismo non è solo un problema numerico o culturale: è la conseguenza di un sistema che protegge sé stesso. Le aziende partecipate, i voti ereditari, i cambi di partito senza perdita di consenso sono tutti elementi che mostrano quanto la politica italiana sia costruita su meccanismi di potere e clientelismo, più che sulla rappresentanza. Fino a quando non si affronteranno questi nodi, riportare i cittadini alle urne resterà un’utopia, e il vero vincitore continuerà a essere l’astensione.
Ciro Crescentini

