Procura di Santa Maria Capua Vetere: “detenuti non commisero reati, calunniati dalla polizia penitenziaria”

I secondini utilizzarono le proteste del 5 aprile 2020 come un pretesto per   giustificare il ricorso alla perquisizione straordinaria avvenuta il giorno successivo, 6 aprile, nel corso della quale circa 300 agenti della penitenziaria sottoposero a pestaggi e violenze di quasi trecento detenuti del reparto Nilo.

La Procura di Santa Maria Capua Vetere (in provincia di Caserta) ha chiesto l’archiviazione della denuncia presentata dalla polizia penitenziaria in servizio al carcere di Santa Maria Capua Vetere nei confronti di 14 detenuti accusati di avere promosso una protesta il 5 Aprile 2020 durante l’emergenza Covid. Per il procuratore aggiunto Alessandro Milita e sostituti Daniela Pannone e Alessandra Pinto, i detenuti non diedero luogo a reati, come denunciato dalla penitenziaria.

Anzi, la procura ha contestato anche il reato di calunnia ad agenti e funzionari che denunciarono i detenuti, e ora il gip di Santa Maria Capua Vetere dovrà decidere se archiviare le accuse a carico dei reclusi

 La polizia penitenziaria utilizzò le proteste del 5 aprile come un pretesto per   giustificare il ricorso alla perquisizione straordinaria avvenuta il giorno successivo, 6 aprile, nel corso della quale circa 300 agenti della penitenziaria sottoposero a pestaggi e violenze di quasi trecento detenuti del reparto Nilo.

Fatti, questi ultimi, che hanno portato all’arresto di poliziotti e funzionari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), attualmente tutti liberi, e all’inizio dell’udienza preliminare, il 15 dicembre scorso, a carico di 108 persone

La posizione della Procura – La perquisizione straordinaria, che il Gip di Santa Maria Capua Vetere definì nell’ordinanza di arresto emessa il 28 giugno scorso “un’orribile mattanza“, fu motivata dai vertici del carcere e del Dipartimento amministrazione penitenziaria del Ministero di Grazia e Giustizia come una risposta alle proteste avvenute il giorno prima, quando alcuni detenuti del Reparto Nilo occuparono i corridoi dopo aver saputo della positività al Covid di un recluso; la protesta rientrò dopo alcune ore, e il giorno dopo nelle celle dei detenuti furono ritrovate, a detta degli agenti, pentolini con olio bollente e spranghe. Ma secondo la Procura quegli oggetti furono messi apposta lì dagli agenti, per giustificare il ricorso alla violenza contro i detenuti. Dopo la protesta furono individuati 14 detenuti quali capi della rivolta e denunciati per resistenza e minaccia a pubblico ufficiale e lesioni personali; questi, tra cui l’algerino Hakimi Lamine, furono portati in isolamento. Lamine morì ad inizio maggio 2020 dopo un mese di isolamento e per la sua morte sono indagati in 12 tra ufficiali e sottufficiali della polizia penitenziaria e funzionari del Dap come l’ex provveditore regionale Antonio Fullone (tuttora sospeso dal servizio).

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