Al centro della polemica l’indennità di lavaggio dei DPI e la vicenda del lavoratore infortunato
«Adesso si svegliano». È questo, in sintesi, il giudizio durissimo espresso da USB e Cobas nei confronti di FILCAMS CGIL, FISASCAT CISL e UILTRASPORTI sulla vertenza dell’appalto sanitario presso l’Istituto Nazionale Tumori «Pascale», affidato alla C.S.G. Facility S.r.l.
Una polemica che torna ad accendersi proprio mentre sul tavolo ci sono la sicurezza dei lavoratori, la gestione dei dispositivi di protezione individuale e il futuro dell’indennità di lavaggio dei DPI.
USB e Cobas non usano mezze parole e accusano le organizzazioni confederali di essersi ricordate dell’appalto soltanto adesso, dopo anni che — secondo la loro ricostruzione — sarebbero trascorsi senza una presenza sindacale significativa al fianco delle maestranze. «Dove erano i confederali quando c’era da stare accanto ai lavoratori? Dove erano quando un lavoratore è precipitato da circa 4,5 metri?», è la domanda che USB e Cobas rivolgono alle tre sigle.
Il riferimento è al grave infortunio del 20 giugno scorso, quando un lavoratore è rimasto coinvolto in una caduta dall’alto. Secondo quanto denunciato da USB e Cobas, a distanza di mesi il dipendente sarebbe ancora a casa e avrebbe dovuto affrontare anche problemi relativi al riconoscimento dell’infortunio e al pagamento della mensilità di agosto.
È questo il passaggio sul quale le due organizzazioni sindacali concentrano le accuse più pesanti.«Mentre un lavoratore affrontava le conseguenze di un gravissimo infortunio, USB e COBAS erano al suo fianco. Gli altri dov’erano?», sostengono le due sigle.
E ancora: «È troppo facile arrivare quando la partita riguarda 1,50 euro al giorno. Molto più difficile, evidentemente, è esserci quando un lavoratore cade da un’altezza di quattro metri e mezzo e rischia seriamente di farsi male». Il bersaglio della polemica è soprattutto la discussione sull’indennità di lavaggio. La somma, secondo quanto riportato da USB e Cobas, ammonta a circa 1,50 euro al giorno, vale a dire indicativamente 26-30 euro al mese.
Una cifra che le due organizzazioni considerano del tutto secondaria rispetto al tema della sicurezza. «Ci vogliono raccontare che la battaglia è per 26 o 30 euro al mese. Ma davvero vogliamo ridurre la sicurezza sul lavoro a una manciata di euro in busta paga?», attaccano USB e Cobas. La loro posizione è netta: «La sicurezza non è salario».
Secondo USB e Cobas, il problema non sarebbe dunque la perdita di una voce economica, ma chi debba assumersi la responsabilità del lavaggio e della manutenzione dei DPI. E qui entra in gioco il D.Lgs. 81/2008. «Il Testo Unico sulla sicurezza non è un contratto aziendale. Non è un accordo sindacale. Non è una merce da mettere sul tavolo delle trattative», affermano le due organizzazioni.
La contestazione ai confederali diventa quindi ancora più aspra: «Non si può pretendere di difendere un vecchio accordo di cambio appalto mettendolo sullo stesso piano della normativa sulla sicurezza. La legge viene prima degli accordi».
USB e Cobas accusano quindi CGIL, CISL e UIL di aver trasformato, a loro giudizio, una questione che dovrebbe riguardare esclusivamente la tutela della salute e della sicurezza in una vertenza economica. «Se l’azienda organizza il servizio di lavanolo dei DPI, non si comprende perché si debba difendere una vecchia modalità che scaricava sui lavoratori la gestione del lavaggio», sostengono.
E la stoccata politica-sindacale è ancora più esplicita: «Non chiamatela difesa del salario quando si parla di pochi euro legati alla gestione dei dispositivi di protezione. La vera difesa del lavoratore è fare in modo che la sicurezza venga garantita e che il lavoratore non debba pagare di tasca propria ciò che riguarda la gestione dei DPI».
Per USB e Cobas, dunque, il punto è uno solo: «Prima la sicurezza, poi tutto il resto». La contrapposizione con le organizzazioni confederali si concentra anche sulla presunta assenza di queste ultime durante la vicenda dell’infortunio. «Chi oggi si presenta come difensore dei lavoratori dovrebbe prima spiegare perché, secondo la nostra ricostruzione, non è stato presente quando ce n’era realmente bisogno», affermano USB e Cobas.
Una domanda destinata ad alimentare ulteriormente la vertenza: «Dov’erano quando il lavoratore aveva bisogno di assistenza? Dov’erano quando c’era da affrontare la questione dell’infortunio? Dov’erano quando non veniva corrisposta la mensilità?». USB e Cobas rivendicano invece di aver seguito il lavoratore, fornendo — secondo quanto affermato nel comunicato — assistenza umana e supporto legale. «Noi non siamo comparsi oggi. Noi c’eravamo ieri e ci siamo oggi. E continueremo ad esserci domani», rivendicano.
Il confronto sul Pascale assume così i contorni di uno scontro frontale tra diverse concezioni dell’azione sindacale. Da una parte, secondo USB e Cobas, una difesa degli accordi e delle relative voci economiche; dall’altra, la rivendicazione di una tutela della sicurezza considerata non negoziabile. «La dignità del lavoro non può valere 1,50 euro al giorno», è la conclusione affidata al comunicato.
E l’ultima bordata è rivolta ancora una volta ai confederali: «Non basta firmare un accordo per poter dire di aver difeso i lavoratori. Un sindacato si misura soprattutto quando un lavoratore è in difficoltà, quando c’è un infortunio, quando c’è da pretendere il rispetto della sicurezza e quando bisogna assumersi la responsabilità di stare dalla parte di chi lavora».
USB e Cobas annunciano infine che continueranno la mobilitazione e la loro presenza nell’appalto, ribadendo un messaggio preciso: «La sicurezza non si contratta. La salute dei lavoratori non si svende. E nessun accordo può venire prima della tutela di chi ogni giorno lavora».
Ciro Crescentini

