Presentata una petizione al sindaco Gaetano Manfredi: “Non vogliamo prodotti legati all’occupazione israeliana”.
Una petizione firmata dai dipendenti del Comune di Napoli indirizzata al Sindaco, alla Giunta e al Consiglio comunale per chiedere l’eliminazione dei prodotti a marchio Coca-Cola dai distributori automatici presenti nelle sedi istituzionali. L’iniziativa si inserisce nel contesto della crescente mobilitazione nazionale a sostegno della popolazione palestinese e fa seguito allo sciopero generale di lunedì 22 settembre, che ha visto la partecipazione anche di diversi lavoratori e dirigenti comunali.
La richiesta, spiegano i promotori, rappresenta un gesto simbolico ma concreto, in linea con le recenti prese di posizione dell’amministrazione partenopea in merito al conflitto in corso a Gaza. Secondo le fonti citate nella petizione, Coca-Cola sarebbe coinvolta in attività di supporto logistico alle forze armate israeliane, motivo per cui è stata inserita da vari movimenti internazionali nelle liste di boicottaggio.
“Siamo convinti – si legge nel testo – che un’azione semplice e non onerosa come questa possa dare un messaggio chiaro e coerente con la sensibilità già espressa da Napoli, città da sempre solidale con i popoli in lotta per i propri diritti. E potrebbe spingere anche altri enti pubblici e luoghi di lavoro a fare altrettanto”
Non manca, infine, un accenno critico al ruolo della Coca-Cola come sponsor della squadra di calcio cittadina: in una città così attenta e storicamente vicina alle sofferenze del popolo palestinese, ci si chiede se non sia arrivato il momento di riflettere anche su questo tipo di partnership commerciali. I promotori della petizione lanciano così una proposta aperta: valutare possibili alternative anche in ambito sportivo, per coerenza con i valori di solidarietà già espressi in più occasioni dal territorio.
Il boicottaggio rappresenta, storicamente, uno strumento di pressione civile e politica volto a contestare pratiche ritenute ingiuste da parte di governi o aziende. Nato in epoca coloniale come forma di protesta non violenta, è stato impiegato in numerosi contesti, tra cui il movimento anti-apartheid in Sudafrica e le campagne contro le multinazionali accusate di violazioni dei diritti umani. Nel caso della Palestina, il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), nato nel 2005 su iniziativa della società civile palestinese, invita a non acquistare prodotti e servizi di aziende considerate complici dell’occupazione israeliana. L’obiettivo è spingere tali soggetti a rivedere le proprie politiche attraverso una pressione economica e reputazionale. Il boicottaggio, pur non privo di controversie, è riconosciuto a livello internazionale come forma legittima di espressione politica e solidarietà.
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