Napoli, giustizia di classe: un solo  padrone Eternit condannato per gli operai morti di amianto

“Vergogna, vergogna”: le urla all’esterno dell’aula del nuovo Palazzo di Giustizia dei parenti delle otto persone decedute secondo la Procura a causa dell’esposizione alle fibre di amianto nello stabilimento. 

Ancora una volta finisce nell’occhio del ciclone il Tribunale di Napoli. Non solo troppe cause di lavoro si concludono con la vittoria delle aziende e la sconfitta dei lavoratori. Orientamenti alquanto preoccupanti e imbarazzanti. Anche nelle aule di giustizia penale della sezione penale il pensiero unico confindustriale, padronale e liberista avrebbe preso il sopravvento.

La II Corte di assise di Napoli, presieduta da Concetta Cristiano, ha condannato l’imprenditore svizzero Stephan Ernest Schmidheiny a 3 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di Antonio Balestrieri, uno degli operai dello stabilimento Eternit di Bagnoli deceduto per una prolungata esposizione all’amianto con un risarcimento di 3300 euro per gli eredi. Per gli altri 8 casi al centro del processo, i giudici hanno dichiarato il non luogo a procedere per avvenuta prescrizione.

Lo scorso 2 marzo i sostituti procuratori di Napoli Anna Frasca e Giuliana Giuliano avevano chiesto di condannare Schmidheiny a 23 anni e 11 mesi di reclusione per omicidio volontario, in relazione a otto decessi collegati all’esposizione prolungata alla polvere killer.

Vergogna, vergogna”: le urla all’esterno dell’aula del nuovo Palazzo di Giustizia di Napoli dei parenti delle otto persone decedute secondo la Procura di Napoli a causa dell’esposizione alle fibre di amianto nello stabilimento. 

Gli otto decessi al centro del processo erano quelli di sei operai della fabbrica di Bagnoli, della moglie di uno di essi (secondo i pm ammalatasi dopo aver lavato per anni le tute di lavoro del marito) e di un cittadino residente nella zona circostante. La Corte ha ritenuto Schmidheiny – già  coinvolto in Italia in vari altri procedimenti penali per i decessi da amianto – colpevole di omicidio colposo per il caso dell’operaio Antonio Balestrieri (morto il 21 ottobre 2009 per mesotelioma pleurico).

L’assoluzione è scattata per il decesso di Franco Evangelista, avvenuta lo stesso anno, per ’cause ambientali’ dal momento che la vittima abitava in zona ma non era dipendente dello stabilimento.

I casi di altri cinque lavoratori Eternit e della moglie di uno di essi, morti tra il 2000 e il 2006, non sono stati giudicati per intervenuta prescrizione.


All’imputato veniva contesta la morte di otto persone (sei operai e due familiari) determinata, secondo l’accusa, dalle gravi malattie sviluppate per la prolungata esposizione all’amianto subìta non solo nello stabilimento Eternit di Bagnoli ma anche nelle loro abitazioni, dove venivano lavate le loro tute da lavoro.

Non solo. Ad un certo punto, secondo i testimoni, i lavoratori erano costretti a coprirsi la bocca con i fazzoletti perché non venivano più fornite le mascherine. I sostituti procuratori, nel formulare le richieste alla Corte, avevano escluso le aggravanti ma invece tenuto conto, tra l’altro, della condotta sprezzante nei confronti del “sistema giustizia” manifestata dall’’imputato ed evidenziata nelle interviste ai giornali e alle Tv

Secondo Ciro Balestrieri, figlio di Antonio, “la condanna a tre anni e sei mesi è ridicola ed è ancora più ridicolo il risarcimento: 3mila e 300 euro per la vita di mio padre”, dice chiedendo aiuto al presidente Mattarella e al ministro Cartabia “per ottenere giustizia”.

La Cgil – che stamane ha tenuto un presidio di lotta all’esterno del tribunale – assicura di voler essere al fianco delle famiglie delle vittime anche nel giudizio di appello.

Nicola Ricci

Una sentenza che non fa giustizia: non ci aspettavamo che venissero accolte le richieste del pubblico ministero, ma confidavamo in una sentenza più severa, che avesse la forza di riportare al centro del dibattito la questione amianto, il tema della sua pericolosità e la necessità di portare avanti le bonifiche e di avviarle nei tanti siti ancora presenti con tutto l’assunzione di responsabilità penali. Soprattutto alla luce dei documenti processuali prodotti nel corso del dibattimento. È una “condanna-non-condanna” di una sentenza a metà”. Così il segretario generale Cgil Napoli e Campania, Nicola Ricci. “Non si può pensare – ha proseguito Ricci – che la morte di una persona valga appena 3 anni e 6 mesi, che per un’altra non ci sia responsabilità, mentre le altre sei vittime le ha uccise la giustizia lenta che ha fatto sì che le colpe per quelle morti andassero in prescrizione. Ci sarà il giudizio d’appello e noi – ha concluso il segretario generale Cgil Napoli e Campania – continueremo ad essere al fianco dei familiari e delle associazioni per fare tutto quanto è ancora possibile per ottenere un verdetto più severo


Le morti registrate tra i lavoratori dell’Eternit di Bagnoli per cause correlate all’esposizione e all’inalazione delle fibre di amianto, secondo i dati diffusi dall’associazione Maipiuamianto, sono state, dal 1939 ad oggi, 902. I casi censiti sono 134 di cancro polmonare, nove di tumore della laringe, 258 di asbestosi polmonare e 65 di mesotelioma. Gran parte di questi lavoratori non sono arrivati in vita all’età della pensione. Una lunga scia di lutti, circa 2.500 a livello nazionale, che ha interessato per decenni gli operai di tutte le fabbriche del Gruppo, da Bagnoli a Casale Monferrato, da Rubiera a Siracusa.

Oramai si fa sempre più strada una giustizia dal doppio binario: debole con i forti e forte con i deboli. Una magistratura che ignora i diritti collettivi. Una giustizia di classe. Nessuna meraviglia. Molti giudici percepiscono in media stipendi che superano i 5 mila euro netti mensili, conducono una vita molto agiata, frequentano ambienti composti da persone agiate, lontani anni luce dalla realtà sociale. Persone che non hanno mai provato sulla propria pelle gli effetti devastanti prodotti da un licenziamento, dalla precarietà, dalle vessazioni, dalle malattie professionali e dagli infortuni mortali.

Ciro Crescentini

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