Napoli, accuse ai medici e infermieri ospedale Fatebenefratelli: “Arroganti e violenti”

Calpestati i diritti degli ammalati

L’Ospedale “Madonna del Buon Consiglio” Fatebenefratelli di Napoli finisce nell’occhio del ciclone per la scarsa professionalità, l’arroganza, la maleducazione di una parte del  personale medico e infermieristico. Sotto accusa soprattutto la gestione del pronto soccorso, il centro unico di prenotazione(Cup) e alcuni reparti.  Decine di segnalazione da parte di cittadini-utenti. Significative le testimonianze raccolte dal cronista de Il Desk.it.

Una volta la struttura di Posillipo era il fiore all’occhiello degli ospedali napoletani. Oggi lascia molto a desiderare per alcuni aspetti – sottolinea Miranda Scoppetta –  Il Cup  o è una farsa o chi c’è dietro non ha molta voglia di rispondere. Giornate intere ad ascoltare la musichetta del centro prenotazioni che alla fine termina con la caduta della linea telefonica  senza la possibilità, dunque, di poter prenotare. La prenotazione online è una presa in giro”. Sotto accusa i medici e gli infermieri in servizio al Triage e  al Pronto Soccorso. “Insieme a mia sorella abbiamo accompagnato nostro  padre al Fatebenefratelli per un problema  al ginocchio e una cisti dietro al ginocchio con dolore lacerante – racconta Nello Lipone –  Il dottore del  pronto soccorso ha mostrato subito di essere maleducato e  scortese nei nostri confronti, soprattutto nei confronti di nostro padre che come paziente non chiede altro di essere ascoltato e compreso. E un dottore questo è  tenuto a fare. Vergognosi”.

In merito all’arroganza e la maleducazione dei “signori in camice bianco”,  il cronista è stato un “testimone diretto” lo scorso lunedì. Un paziente colpito da forti dolori addominali dopo aver fatto anticamera per circa venti minuti e  subito comportamenti  poco ortodossi dall’infermiere addetto al Triage ha dovuto  “mendicare” un antidolorifico e subire l’arroganza, la violenza verbale del medico di turno al pronto soccorso. Un personaggio alquanto singolare, per il tono e il linguaggio violento, sembrava  un capomastro, un volgare padrone delle ferriere. Un personaggio che ignorava l’etica e la responsabilità sociale. Inevitabile la tensione tra l’utente e il medico-capomastro.  E non finisce qui. Eloquente il racconto di Paola Silvestri.  “Un ospedale pessimo.  Infermieri incompetenti che la notte invece di assistere i malati dormono.  L’ascensore non in funziona.  Non c’ è  nessun rispetto per i malati e per chi li assiste”. E ancora. “Personale pessimo, non conoscono il sorriso, inadatti all’assistenza soprattutto nel reparto di medicina, nessuno controlla il vitto che puntualmente viene restituito alla cucina perchè immangiabile e puzzolente, invito il direttore sanitario all’assaggio – sottolinea Michele NappiInoltre non vi è la cultura del lavaggio dell’ammalato, cosa che viene praticato da personale esterno dietro pagamento”.

E gira ancora su facebook  la lettera pubblicata da una degente, la signora Emilia Rosati in cui lamenta il trattamento tutt’altro che “umano” ricevuto in una struttura che dovrebbe essere di eccellenza e dove la stessa è stata fatta dormire in lenzuola sporche di sangue e puzzolenti. La signora ha raccontato in un lunghissimo post corredato da foto la sua “disavventura” nella struttura ospedaliere di via Manzoni.  “Gentile infermieri e medici del reparto di Terapia intensiva del Fatebenefratelli di Napoli, sì voi, gli stessi che mi avete riso in faccia, che mi avete parlato alle spalle, che mi avete apertamente offeso, come se io fossi una pazza bisbetica soltanto perché vi chiedevo un pò di pulizia, un pò di rispetto, un minimo di attenzione.

Tutte cose dovute non a me Emilia Rosati, come persona, ma a me, come ammalato, a me, come a tutti gli ammalati. Come quelli che, come me, sono stati portati da voi dopo aver vinto la battaglia della vita sulla morte. Battaglia che ognuno di noi, di voi, si troverà ad affrontare, e che, in quel momento, richiederà l’aiuto, l’ umana pietà, la professionalità, e non ultima l’educazione di altri essere umani, tanto più se hanno scelto ( e io spero che sia stata una vera libera scelta) di svolgere un mestiere così bello, onorevole , direi santo, come il vostro. A te, di cui non conosco il nome, ma che mi hai lasciato dormire un giorno e una notte tra lenzuola sporche di sangue, puzzolenti, sulle quali ho dovuto spruzzare un flacone di deodorante per riuscire a respirare, e che quando ti ho chiesto perché lo avevi fatto mi hai risposto che “tanto si trattava di sangue mio”, a te chiedo: avresti fatto dormire tua madre in quelle condizioni? A te, anzi a a voi quattro, perché eravate quattro , tutti di fronte a me, dopo che, a causa di una pala messa male (ma naturalmente la colpa era mia che mi ero spostata) mi si erano bagnate le lenzuola e avete accettato di lavarmi, dico accettato perché vi ho dovuto implorare, ma poco male, se non mi aveste esposto completamente agli occhi di tutta la sala antistante e perfino del corridoio dove si affaccia la porta del reparto (mentre con un piccolo gesto avreste potuto tirare la tenda che è messa lì apposta. ), a voi domando: se al posto mio ci fosse stata vostra madre l’avreste tirata quella tenda?

Gentile infermiere, quando ti ho pregato con gli occhi di non farmi l’ecografia con un batuffolo caduto per terra e poi celermente ripreso, quando ti ho chiesto di togliere dal mio tavolino la spugna che mi avevi dato per disinfettarmi, quando ho pregato per cose attinenti la pulizia, anzi no, prima ancora il decoro, mi hai risposto che questa è una terapia intensiva e che “qui abbiamo altre priorità”. Mi congratulo con voi per l’opera importante che svolgete, ma mi domando se come in qualsiasi organizzazione anche qui non ci sia una divisione dei compiti, per cui, probabilmente, anche mentre trattate casi veramente gravi, ci sarà pure un addetto alle pulizie da chiamare, prima o poi. E se non ci fosse, forse basterebbe che il vostro collega non si accomodasse affianco al letto del mio vicino di stanza a chiacchierare.

Eh sì, lo so, non si può essere simpatici a tutti, e. a voi non lo sono stata per niente, forse perché sono abituata a dire sempre grazie quando ricevo qualcosa, ma quando non viene rispettato un diritto mio o di altri nelle mie stesse condizioni, ho la brutta abitudine di credere ancora che esista la giustizia e sento la necessità di invocarla. Da questo punto di vista sono rimasta un’adolescenziale utopista: si’ credo che esista la giustizia e che, al posto di chi non ha capacità né voglia, debbano entrare tanti giovani disoccupati. E solo per questo che adesso vi scrivo, non per un rimprovero fine a se stesso, e tantomeno per chiedere delle scuse che, visti gli antefatti, non arriverebbero mai. La compattezza nel difendervi l’un l’altro è la cosa che mi ha sconvolto di più. Ho fatto anche appello all’ onestà intellettuale di ciascuno di voi, dottoressa compresa, ma la cosa più importante era difendervi, essere solidali nel non ammettere di avere sbagliato. Chiunque fa sbaglia. A volte basta solo un poco di umiltà per ammetterlo. E quella non la dà la laurea o il diploma. Non mi fermerò qui, perché nessuno, anche chi non avesse gli strumenti o l’attitudine per sapersi difendere, debba sentirsi umiliato come voi avete fatto sentire me. Al prossimo malato, vi prego, pensate a vostra madre”.  Dopo queste testimonianze e denunce ci permettiamo di sollevare alcune domande semplici semplici: quando saranno attivate delle ispezioni ministeriali? Quando saranno inviati i carabinieri dei Nas?

                                                                                                                 Ciro Crescentini

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