Dopo l’incontro con il ministro Piantedosi la delegazione degli sfollati giudica insufficienti le misure del decreto. L’assemblea rilancia la mobilitazione e promette: «La lotta continuerà finché non arriveranno risposte concrete».
La frattura tra il governo e la popolazione dei Campi Flegrei è ormai profonda. L’incontro che si è svolto oggi alla Prefettura di Napoli tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, i sindaci dell’area flegrea, il presidente della Regione Campania Roberto Fico, il commissario straordinario Fulvio Maria Soccodato e gli altri rappresentanti istituzionali non è riuscito a rasserenare gli animi. Al contrario, poche ore dopo, a Pozzuoli è esplosa la protesta.
Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto di misure per affrontare l’emergenza provocata dallo sciame sismico culminato con la scossa di magnitudo 4.7 del 31 luglio. Previsti contributi per l’autonoma sistemazione degli sfollati, un fondo per gli interventi di riparazione e miglioramento sismico degli edifici danneggiati e la proroga degli aiuti già previsti per le precedenti emergenze.
Misure che, però, per molti cittadini rappresentano soltanto la prosecuzione di una linea giudicata insufficiente. La delegazione di cittadini ricevuta dal ministro Piantedosi è uscita dall’incontro profondamente delusa. Durante l’assemblea pubblica organizzata in serata a Pozzuoli, i portavoce hanno raccontato di aver chiesto interventi immediati: un tetto per tutti gli sfollati, la messa in sicurezza degli edifici, controlli estesi sul patrimonio pubblico e privato, il sostegno alle attività economiche e il rimborso integrale delle spese necessarie per ricostruire le abitazioni dichiarate inagibili.
Secondo quanto riferito dagli stessi rappresentanti della delegazione, il governo avrebbe confermato la volontà di proseguire principalmente con il sistema del contributo per l’autonoma sistemazione. Una soluzione definita “inaccettabile”, perché costringerebbe migliaia di famiglie a cercare autonomamente una casa in un mercato immobiliare dove, denunciano, gli affitti sono ormai schizzati alle stelle proprio a causa dell’emergenza.
“Lo Stato deve assumersi la responsabilità di dare un tetto agli sfollati”, è stato uno dei messaggi più applauditi durante l’assemblea. Non meno dura la critica sulla ricostruzione. Il decreto porta dal 50 al 70 per cento il contributo per gli interventi sugli immobili danneggiati, ma i cittadini chiedono la copertura totale delle spese. “Abbiamo già pagato una casa con i sacrifici di una vita. Non possiamo essere noi a pagare anche il terremoto“, hanno ribadito dal palco.
Nel corso dell’assemblea si sono susseguite testimonianze drammatiche. C’è chi racconta di cambiare casa ogni sei mesi perché i proprietari aumentano gli affitti approfittando dei contributi pubblici; chi denuncia di vivere in automobile; chi, dopo oltre due anni dalle prime evacuazioni, continua a non sapere quando potrà rientrare nella propria abitazione.
Le contestazioni hanno investito anche le istituzioni locali. Alcuni cittadini hanno accusato il Comune di non aver sospeso tributi come l’IMU per gli immobili sgomberati, richiamando quanto avvenuto in altre emergenze nazionali. Altri hanno chiesto maggiore trasparenza sull’utilizzo delle risorse pubbliche stanziate negli anni per la messa in sicurezza del territorio e sulle opere rimaste incompiute.
Dal palco sono arrivate anche richieste precise: dichiarazione dello stato di emergenza, introduzione di un “Super Sismabonus” al 100%, verifiche strutturali su tutti gli edifici pubblici e privati e un piano straordinario per evitare che la crisi sociale si trasformi in un esodo definitivo dal territorio.
Ma il momento simbolicamente più forte della giornata è arrivato al termine dell’assemblea. I cittadini hanno deciso di dirigersi verso l’area destinata alla realizzazione dell’hub di accoglienza permanente, un’opera annunciata da tempo ma mai entrata in funzione. Il cancello è stato aperto direttamente dai manifestanti, che hanno occupato simbolicamente lo spazio. “Se le istituzioni non aprono l’hub, lo apriamo noi”, è stato il messaggio lanciato dalla piazza.
Un gesto che rappresenta molto più di una protesta. Per i partecipanti è la dimostrazione che, dopo mesi di promesse e anni di attese, la fiducia nelle istituzioni è ormai ai minimi storici. La mobilitazione, assicurano gli organizzatori, non si fermerà. Anzi, la parola d’ordine è una sola: continuare la lotta fino a quando non arriveranno risposte considerate concrete.
A Pozzuoli non si discute più soltanto di contributi economici. Si discute di fiducia, di sicurezza e del diritto di poter continuare a vivere nella propria terra senza sentirsi cittadini dimenticati dallo Stato. La mobilitazione e le iniziative di lotta continueranno.
Ciro Crescentini

