Dal Salento al Sannio, da Piacenza al Novarese: una giornata drammatica. I dati Vega registrano 823 morti nei primi nove mesi del 2026. La Cgil: «Servono controlli e sicurezza».
Aveva soltanto 25 anni, un’età in cui si dovrebbe pensare al futuro, costruire sogni, immaginare una vita migliore. Invece, per un giovane originario del Camerun, arrivato in Italia probabilmente anche con la speranza di costruirsi un’esistenza dignitosa, il lavoro si è trasformato nell’ultimo viaggio. È morto precipitando da diversi metri di altezza all’interno di un’azienda che si occupa della lavorazione degli inerti e della frantumazione del pietrisco, nella frazione Casale Maccabei, a San Leucio del Sannio, alle porte di Benevento.
Una caduta terribile, un impatto devastante e l’arrivo dei soccorritori che, purtroppo, non ha potuto cambiare il finale di questa tragedia. Restano ancora da chiarire le circostanze dell’incidente: il ragazzo sarebbe precipitato da una scala mentre si trovava nell’area dell’impianto. I carabinieri hanno avviato gli accertamenti per ricostruire l’accaduto e verificare eventuali responsabilità.
Ma questa morte non è un episodio isolato. È il tassello di una giornata che restituisce un’immagine drammatica del mondo del lavoro in Italia: quattro lavoratori morti in poche ore, ai quali si aggiunge il caso di Fincantieri a Marghera, ancora da chiarire. A Casarano, nel Leccese, Bashkim Rushani, 61 anni, è rimasto schiacciato da un cancello scorrevole. Nel Piacentino un dipendente Iren di 54 anni è stato investito da un’automobile mentre lavorava all’interno di un tombino. A Trecate, nel Novarese, un operaio di 57 anni è morto dopo essere stato colpito dal braccio metallico di una gru.
Un bollettino di morte che arriva mentre i dati dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, aggiornati a settembre 2026, fotografano una situazione allarmante: 823 vittime in nove mesi, 39 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Di queste, 595 sono morti durante l’attività lavorativa e 228 nel tragitto casa-lavoro.
C’è un dato che dovrebbe scuotere soprattutto le coscienze delle istituzioni: Campania, Sicilia, Calabria e Basilicata sono in zona rossa per incidenza della mortalità. La Campania conta già 60 vittime in occasione di lavoro. Ancora più inquietante il dato relativo agli stranieri: 221 morti, il 29,2% in più rispetto al 2025. Il loro rischio di perdere la vita lavorando è oltre tre volte quello dei colleghi italiani. Numeri che impongono di interrogarsi sulle condizioni di chi svolge spesso mansioni pesanti e rischiose e sulla reale efficacia delle tutele.
Sulla tragedia di San Leucio del Sannio è intervenuto anche il segretario generale della Cgil Napoli e Campania, Nicola Ricci, che torna a chiedere controlli, formazione e maggiori risorse per la sicurezza. «Ancora un morto sul lavoro e sempre con le stesse e poco chiare dinamiche. Oggi è toccato ad un giovane di appena 25 anni, venuto dal Camerun in cerca di una nuova vita ed invece ha trovato la morte. Le nostre denunce sono sempre le stesse: occorrono vigilanza e formazione sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che vanno rafforzate con investimenti, assunzioni di personale in forza agli Ispettorati sul lavoro, sanzioni e certezza delle pene per i colpevoli. La Campania, anche quest’anno, è tra le prime regioni italiane per numero di morti sul lavoro con quasi 70 decessi. Il prossimo 20 novembre scenderemo in piazza in tutta la Campania per lo sciopero generale proclamato dalla Cgil. Chiederemo conto al Governo anche della strage infinita di lavoratrici e lavoratori nel nostro Paese».
Parole che riportano al centro una questione ormai impossibile da ignorare. Non siamo davanti a un’emergenza improvvisa, ma a una ferita che continua ad allargarsi. E allora davanti a queste tragedie non possiamo limitarci alla cronaca e alle formule di circostanza. C’è una domanda che brucia: quanto si fa davvero per garantire la sicurezza di chi lavora? Dove sono i controlli? Quante verifiche vengono effettuate, quante situazioni di rischio vengono individuate prima che sia troppo tardi?
È facile riempirsi la bocca di sicurezza sul lavoro dopo ogni morte, pronunciare parole di cordoglio, promettere interventi e poi tornare al silenzio. Questa è l’ipocrisia più intollerabile: indignarsi davanti alle bare e dimenticarsi dei lavoratori quando sono ancora vivi.
Non servono altre commemorazioni di rito, servono ispettori, verifiche, prevenzione e sanzioni quando emergono violazioni. Servono investimenti e una presenza concreta dello Stato nei luoghi di lavoro. La sicurezza non può essere un costo da comprimere né una promessa da ripetere dopo ogni funerale. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia distrutta e una vita che nessuna dichiarazione potrà restituire.
Ciro Crescentini

