Il costo della vita continua a salire, mentre i salari non recuperano le perdite. Ecco la fotografia dell’Italia secondo gli ultimi dati Ista
Lavorare non basta più per vivere dignitosamente. È questa la contraddizione che attraversa l’Italia e che accompagna il conto alla rovescia verso lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 20 novembre. Una protesta che si intreccia con la mobilitazione studentesca internazionale e porta al centro del dibattito il costo della vita, la precarietà e il progressivo impoverimento delle famiglie.
A fotografare la situazione sono i dati dell’Istat. L’inflazione ha raggiunto il 5,4%, spinta soprattutto dall’impennata dei prezzi dell’energia (+31,4%) e dai rincari degli alimentari non lavorati (+7,5%). Una nuova pressione sui bilanci domestici, già provati da anni di aumenti e da stipendi che non riescono a tenere il passo.
Il divario tra retribuzioni e costo della vita resta infatti profondo. Alla fine del 2025, il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali risultava ancora inferiore dell’8,6% rispetto al 2019. E la povertà assoluta coinvolgeva 5,4 milioni di persone, tra cui una quota significativa di lavoratori dipendenti. Tra gli operai l’incidenza arrivava al 14,3%.
A pagare il prezzo più alto sono anche i giovani. Disoccupazione, affitti insostenibili e costi della formazione rendono sempre più difficile conquistare indipendenza economica e costruire prospettive stabili. Non basta avere un impiego: servono redditi adeguati e servizi pubblici capaci di garantire diritti e opportunità.
Intanto l’economia rallenta: nel terzo trimestre del 2026 il Pil è rimasto fermo rispetto al precedente. È su questo scenario che la Cgil rilancia le proprie richieste: aumenti salariali, maggiore equità fiscale, tutela delle pensioni, investimenti in sanità, scuola e welfare.
Il 20 novembre diventa così molto più di una giornata di sciopero: una contestazione delle priorità economiche e politiche del Paese. Perché la crescita non può essere misurata soltanto attraverso il numero degli occupati, ma anche dalla possibilità concreta di vivere del proprio lavoro e guardare al futuro senza paura.
Alessandro Manna
