Il giurista critica duramente Palazzo San Giacomo per la trasformazione dell’azienda speciale: “I sindacati ascoltati a cose fatte e senza un vero piano industriale”.
C’è un’ombra che si allunga sul futuro dell’acqua pubblica a Napoli, ed è un’ombra che porta la firma di una trasformazione societaria tanto silenziosa quanto radicale. A lanciare il monito più duro è Alberto Lucarelli, giurista e professore ordinario di Diritto pubblico alla Federico II, che dalle colonne della stampa analizza con spietata lucidità il passaggio di ABC da azienda speciale a società per azioni. Per il giurista non si tratta di un semplice dettaglio burocratico: in gioco c’è l’ecosistema stesso del lavoro e l’idea che «i diritti dei lavoratori, il diritto al lavoro, architrave della nostra Costituzione, rappresentano la priorità assoluta per ogni tipo di ragionamento».
La memoria tradita di un modello partecipativo
Il punto di partenza di Lucarelli è storico e identitario. ABC non è nata in un vuoto politico, ma è stata il frutto di una stagione straordinaria di democrazia dal basso. «ABC nasce con i lavoratori dell’azienda», ricorda con forza il professore, richiamando alla memoria di chi ha vissuto quell’epoca «tutti i processi partecipativi che anticiparono quella trasformazione». Allora, la politica ebbe il coraggio di ascoltare tutte le realtà — politiche, sociali, civiche — partendo proprio da chi l’azienda la mandava avanti ogni giorno, i lavoratori dell’allora ARIN s.p.a.
Oggi, lo scenario descritto dal giurista è capovolto. Quello in atto a Palazzo San Giacomo viene definito «un processo inclusivo e partecipato ben diverso da oggi, nel quale i sindacati sono stati ascoltati quando la decisione politica era stata sostanzialmente già presa», e per di più, denuncia Lucarelli, «in assenza, tra l’altro, di un qualsivoglia piano industriale». È in questo clima di «fibrillazioni, pressioni, manipolazioni» che l’analisi giuridica prova a rimettere ordine, smontando la narrazione ufficiale della giunta comunale.

Il call center e l’illusione della “sola forma giuridica”
Mentre l’amministrazione continua a rassicurare la città, ripetendo che la trasformazione in s.p.a. non cambierà nulla — una tesi che per il professore viene purtroppo «ripresa acriticamente da tanti» — c’è già un pezzo di realtà che smentisce le promesse. È il dramma silenzioso delle decine di lavoratrici e lavoratori del call center di ABC, che proprio in queste ore «vivono nell’incertezza più assoluta», senza alcuna risposta sul mantenimento del posto o su una «clausola sociale capace di assicurare continuità occupazionale».
Questo, avverte Lucarelli, è solo il primo segnale di un copione già visto. La retorica del potere racconta sempre che «cambierà soltanto la forma giuridica e tutto il resto resterà identico», ma la storia dei servizi pubblici privatizzati dimostra il contrario. Quando scatta la logica societaria, l’impatto sul lavoro è devastante: si assiste alla frammentazione delle attività, alla proliferazione di consulenze e alla declassazione di compiti fondamentali a funzioni «non essenziali», pronte per essere appaltate o esternalizzate.
Il fantasma dell’ARIN e il monito della Corte dei Conti
Lucarelli invita la città a non soffrire di amnesia, ricordando «il ginepraio delle scatole cinesi, smontato con la costituzione di ABC». All’epoca, l’ARIN s.p.a. — pur essendo a capitale interamente pubblico — creò a valle altre società di diritto privato come Netservice e Marino costruzioni, con scopi ben lontani dal servizio idrico. Quella «spericolata stagione» creò un vero dramma occupazionale, conclusosi solo con i duri richiami della magistratura contabile. Perché la Corte dei Conti, ricorda il giurista, è stata categorica: «non si pensi di giocare a fare i privati con i soldi e le infrastrutture pubbliche».
La trappola del bilancio e il precedente di ANM
Il cuore della critica di Lucarelli tocca la natura stessa della contrattazione aziendale. Anche se oggi si giura che nessuno perderà i propri diritti, il problema vero si porrà nel lungo periodo. Una s.p.a., per quanto totalmente pubblica e in house, risponde alle regole del codice civile: ha un consiglio di amministrazione, obiettivi economici e indicatori di produttività.
«E quando il parametro diventa il bilancio», scrive Lucarelli, «inevitablemente cambia anche il modo di guardare al personale». Nelle società partecipate, il costo del lavoro diventa il primo serbatoio da cui attingere per fare cassa. Il peggioramento delle condizioni non avviene con un taglio netto, ma «lentamente, un rinnovo contrattuale dopo l’altro», limando i premi di risultato, le indennità, il welfare e riorganizzando i turni.
Chi lavora in ABC, suggerisce l’editoriale, dovrebbe guardare a quanto accaduto ai cugini del trasporto pubblico di ANM, per anni osannati come modello di modernità. La realtà ha preso la forma, nel 2017, di un piano di risanamento che prevedeva «194 esuberi», evitati solo dopo scontri durissimi, e del dramma di decine di lavoratori precari e interinali lasciati a casa, a fronte di biglietti sempre più cari per i cittadini.
Un balzo nel passato contro il Referendum del 2011
La conclusione del professore è un richiamo alla responsabilità politica e culturale. La differenza tra un’azienda speciale e una s.p.a. non è una questione di quote azionarie, ma di visione del mondo: la prima persegue l’interesse generale, la seconda deve far convivere il servizio pubblico con i criteri di efficienza economica e razionalizzazione dei costi.
Smantellare l’azienda speciale significa cancellare l’eredità del referendum del 2011 e voltare le spalle a modelli virtuosi come Eau de Paris, compiendo «un balzo nel passato, accogliendo logiche di public management ormai obsolete». La domanda di fondo che Lucarelli pone alla città è drammatica: il lavoro sarà ancora il presupposto per garantire un diritto fondamentale o diventerà una semplice «variabile economica sulla quale intervenire quando i conti non tornano»?
Il paradosso finale è che, mentre la politica si arrocca nei palazzi, il primo campanello d’allarme non arriva dai tavoli dei manager, ma da chi sta in prima linea: da chi risponde al telefono e parla ogni giorno con gli utenti. Ma questa volta, conclude amaramente il giurista, il rischio è che dall’altra parte della cornetta non risponda più nessuno.
Ciro Crescentini
