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Volodymyr Zelensky: il presidente programmato

Redazione by Redazione
20 Giugno 2025
in Attualità
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Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Nel cuore del bacino minerario del Dnipro, nella grigia Kryvyj Rih dell’Ucraina meridionale, nasce nel 1978 Volodymyr Zelensky. Figlio di un professore e di una famiglia di origini ebraiche, cresce parlando russo, lingua che resterà la sua prima anche da adulto, a dispetto del patriottismo linguistico che ostenterà in seguito. Studia legge a Kyiv, ma non esercita mai. La sua vocazione è altrove: nello spettacolo.

Tra il 2003 e il 2012, fonda la casa di produzione Kvartal 95 con i fratelli Shefir e altri amici di infanzia. Produce show comici e satirici, in cui la politica ucraina viene ridicolizzata ma anche normalizzata. È qui che la storia personale di Zelensky incontra una regia più grande: quella geopolitica.

Nel 2014, con il rovesciamento violento del governo Yanukovich durante le proteste di Euromaidan – sostenute logisticamente e mediaticamente da organizzazioni legate a Washington – l’Ucraina entra in una nuova fase. Il governo filo-russo cade, ma il nuovo establishment filo-occidentale fatica a consolidarsi: manca una figura in grado di unire, convincere, piacere anche al popolo.

Qui entra in scena Igor Kolomoyskyi, oligarca potentissimo, presidente del Parlamento ebraico europeo, comproprietario (dal 1992 al 2016) di PrivatBank (la più grande banca della nazione), finanziatore dei battaglioni paramilitari più estremi (Azov, Aidar, Pravyj Sektor), uomo d’affari spregiudicato e “uomo-ponte” tra finanza offshore e interessi atlantici. È lui, secondo diverse fonti indipendenti, a proporre agli americani un nome: Zelensky. Non un politico, ma un attore. Non un militare, ma una maschera. Perfetto per essere gestito.

La serie televisiva “Servitore del Popolo” – che avrebbe trasformato Zelensky nel volto pulito dell’anticorruzione – nasce da un’idea che, secondo alcuni informatori legati a Kyiv, circola negli ambienti di consulenza politico-mediale statunitensi, in particolare nella Silicon Valley (non sarà un caso che il suo titolo sia una sintesi del preambolo della Costituzione americana: «We the People» – Noi, il Popolo) – dove si afferma che il governo degli Stati Uniti esiste per servire i suoi cittadini. L’obiettivo? (che diremmo berlusconiano?) Costruire un “prodotto” in grado di entrare nell’immaginario collettivo, così da durare più a lungo e meglio di precedenti “esperimenti”. Un personaggio che fosse già presidente prima di esserlo davvero. Uno che non dovesse imparare la parte, perché l’aveva già recitata.

La serie debutta nel 2015 ed è subito un successo. Gli ucraini, disillusi da una classe politica corrotta e da una guerra che sembra senza fine, si affezionano al professor Goloborodko – l’alter ego di Zelensky – che sconfigge gli oligarchi con l’ironia e con il cuore. Intanto, dietro le quinte, la Kvartal 95 riceve versamenti sospetti, secondo i Pandora Papers, da conti legati a PrivatBank, ancora sotto il controllo di Kolomoyskyi. Un flusso da 40 milioni di dollari, incanalato in strutture offshore che fanno capo anche alla moglie di Zelensky, Olena.

Nel 2018, la serie si trasforma in partito. Il “Servitore del Popolo” diventa soggetto politico. A fine anno, l’attore annuncia la candidatura alla presidenza. La campagna è centrata sull’onestà, sull’equidistanza tra Russia e Occidente, sulla lotta agli oligarchi. Ma in realtà, è proprio un oligarca a sponsorizzarlo. E gli Stati Uniti osservano e appoggiano: stavolta, a differenza dei burocrati dell’era Poroshenko, l’uomo nuovo ha il popolo dalla sua parte. L’esperimento è pronto per entrare in azione.

Nel 2019, Zelensky vince. E inizia la seconda trasformazione. Gli uomini della sua compagnia di spettacolo vengono sistemati nei posti chiave del potere. I Servizi segreti? A Ivan Bakanov, ex manager di Kvartal 95. Il suo braccio destro? Serhiy Shefir, sceneggiatore e cofondatore. Lo Stato si fonde con il set.

Nel frattempo, gli Stati Uniti tornano a chiedere all’Ucraina ciò che Zelensky aveva promesso di evitare: avvicinarsi alla NATO. L’obiettivo, mai realmente dissimulato da Washington, è quello di portare missili e sistemi radar sempre più vicino ai confini russi, farglieli sculettare sotto il naso. Ma per questo, serve un pretesto: una reazione. Una provocazione. E il Donbass, ricco di gas e da sempre sotto tensione, diventa la miccia.

Già dal 2015, i battaglioni privati sostenuti da Kolomoyskyi avevano iniziato una brutale campagna di repressione contro le popolazioni russofone. Crimini di guerra documentati da Amnesty International e dalle Nazioni Unite. Ma ignorati in Occidente. L’idea era chiara: creare una tensione crescente, una spirale attrattiva.

Zelensky, da parte sua, inizia a usare una retorica bellicista: invoca la no-fly zone, chiede l’ingresso immediato nella NATO, si spinge fino a evocare la bomba atomica come deterrente. Un linguaggio che non serve a difendere l’Ucraina, ma a stuzzicare Mosca. Ad abbaiare alle sue porte, condivide Papa Francesco.

E infatti Putin, nel febbraio 2022, invade. Ma era quello che gli Stati Uniti attendevano: una guerra da raccontare come difesa della democrazia, da usare come grimaldello per isolare la Russia e tentare – se necessario – un colpo definitivo. Un’Hiroshima geopolitica, ma nucleare solo nel concetto: la devastazione economica, l’isolamento energetico, il crollo morale.

A questo punto Zelensky cambia di nuovo la maschera: si traveste da Churchill, registra video in maglietta militare, assume il tono grave del comandante assediato. E in Occidente, funziona. Diventa un simbolo, invitato e omaggiato ovunque, anche con libri a lui dedicati. Ma non è lui a scrivere il copione: sono gli altri. E lui, con abile tecnica attoriale, lo interpreta fino in fondo.

L’eroismo, d’altronde, si vende bene.

E a fianco della guerra armata, parte quella comunicativa. Selvaggia Lucarelli lo racconta con precisione in un suo articolo (“Domani”, 13 aprile 2022): il coraggio ucraino diventa un brand, come i profumi della Ferragni. Cartelloni a Roma, Milano, New York, Londra. “Be brave like Ukraine”. Pubblicità coordinate da agenzie di marketing di Los Angeles e Kyiv, approvate dal Ministero della trasformazione digitale. Il ministro Fedorov, giovane fan di Elon Musk, gestisce un “esercito digitale”.

Nel sito “brave.ua” si scaricano passaporti ucraini virtuali, t-shirt, adesivi e video patinati. Anche la molotov diventa eroica. I filtri Instagram sostituiscono il dolore reale. Il popolo ucraino viene trasformato in una narrazione pop. La propaganda prende le forme dell’influencer marketing.

Zelensky ne è il volto. Ma è ancora un presidente, o solo un testimonial?

Nel frattempo, mentre i disertori aumentano sempre di più, la democrazia ucraina si sfalda. Elezioni sospese, oppositori perseguitati, stampa allineata, corruzione accertata. L’Ucraina non è ancora una dittatura, ma ha smesso di essere una democrazia. Lo stesso Zelensky, oggi, non gode più della fiducia popolare. I sondaggi veri parlano di disillusione, rabbia, paura. In molti lo definiscono apertamente un pagliaccio. Perché nel frattempo è diventato evidente: la sua guerra non è la guerra del popolo.

È la guerra dell’Occidente, combattuta sul corpo dell’Ucraina.

Zelensky non ha mai avuto il potere. L’ha rappresentato. E ora che la sceneggiatura volge al termine, anche l’umiliazione pubblica ricevuta da Zelensky da parte di Donald Trump nella stanza ovale – il tono sprezzante, le accuse di essere un dittatore senza consenso, la messa in discussione del suo stesso valore – appare tutt’altro che casuale. Quell’atto teatrale, brutale nella forma ma strategico nella sostanza, è servito a dare una giustificazione retroattiva della costruzione e poi del disfacimento del “prodotto Zelensky”, e a creare quel clima giusto per scaricare il peso politico dell’intera vicenda sulle spalle dell’Europa: «Non è più affar nostro», sembra dire Washington. «Voi lo avete voluto, ora ve lo tenete». «E pagate».

Con quell’umiliazione, Zelensky viene sacrificato sull’altare della narrazione: non più simbolo dell’eroismo, ma capro espiatorio utile a giustificare nuovi invii di armi, nuove politiche di riarmo, un nuovo coinvolgimento europeo in una guerra già persa nel cuore.

La sua parabola dunque non è quella di un leader tragico, ma di una figura costruita, modulata, lanciata da poteri che l’hanno scelta per la sua utilità. Un presidente artificiale, nato da uno script e cresciuto nel vuoto lasciato dalla debolezza delle istituzioni. Non proprio un burattino, ma nemmeno un vero protagonista. Piuttosto, una figura manovrata per recitare una guerra che altri avevano scritto.

A quando la fine della messa in scena? Il popolo ucraino vuole vivere.

Nadia Cavalera

Nadia Cavalera (Galatone, 1950) è poetessa, scrittrice, giornalista e artista del Superrealismo allegorico. Dopo la laurea in filosofia morale, ha vissuto a Brindisi e Modena, dove ha fondato le riviste letterarie Geminga e Bollettario. È stata tra i protagonisti del movimento d’avanguardia Terza Ondata, unica donna poeta. Autrice di numerose opere tra cui Salentudine (2004) e Liber ex libris (2022), ha tradotto dal latino e dal francese. Da anni promuove il progetto etico-linguistico Umafeminità, che unisce poesia e impegno sociale contro la violenza

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