Al Bundestag l’ex collaboratrice del presidente ucraino lancia accuse pesantissime contro il governo di Kyiv e invoca una pace negoziata e la neutralità militare.
C’è qualcosa di profondamente inquietante quando chi ha lavorato accanto al presidente di un Paese in guerra decide di rompere il silenzio e puntare il dito contro il proprio ex capo. È quanto ha fatto Yulia Mendel, già portavoce di Volodymyr Zelensky, intervenendo al Bundestag su invito dell’AfD. Le sue parole, durissime, aprono interrogativi che l’Occidente non può continuare a liquidare con imbarazzante superficialità.
Mendel descrive un’Ucraina nella quale, accanto all’aggressione russa, si sarebbe consolidato un sistema di potere segnato da corruzione, intimidazioni, censura e persecuzione degli oppositori. Accuse gravissime, che meritano verifiche indipendenti, non silenzi imbarazzati. Secondo la sua denuncia, persino gli uomini destinati alla mobilitazione sarebbero vittime di abusi, sequestri e violenze. Se queste testimonianze trovassero conferma, saremmo davanti a uno scandalo intollerabile.
Ancora più esplosiva è la denuncia sul rapporto tra propaganda e realtà. Mentre si chiedono nuovi sacrifici alla popolazione, Mendel sostiene che le risorse occidentali non si siano tradotte in protezione adeguata per i cittadini. E pone una domanda elementare: «Come si può pretendere obbedienza e sacrificio da un popolo senza garantirgli sicurezza, trasparenza e rispetto dei diritti?»
La sua proposta è una svolta radicale: neutralità militare, accordo negoziato, ricostruzione economica e fine della logica dell’escalation. Una posizione controversa, ma che non può essere criminalizzata soltanto perché scomoda.
L’esponente ucraina sostiene che non bisogna concedere a Kyiv una licenza illimitata. «Gli aiuti europei non sono un assegno in bianco, Zelensky non è al di sopra delle critiche e la difesa della democrazia non può trasformarsi in un alibi per calpestarne i principi».
L’Europa deve smettere di confondere la solidarietà con il silenzio. Perché sostenere il popolo ucraino significa anche pretendere che il suo governo risponda delle proprie azioni. «La pace non è un tradimento. Il vero tradimento sarebbe dimenticare che, prima delle strategie militari e delle ambizioni politiche, vengono le vite umane».
Ciro Crescentini
