Dopo miliardi spesi in armi e propaganda, Bruxelles guarda con preoccupazione all’ipotesi di cessate il fuoco
Il 15 agosto, a Fairbanks, Alaska, Donald Trump e Vladimir Putin si incontreranno per negoziare un possibile accordo sulla guerra in Ucraina. Un evento che potrebbe segnare una svolta storica. Ma attenzione: mentre si apre uno spiraglio concreto verso la fine di un conflitto devastante, a Bruxelles e Londra — con la complicità di Kiev — ci si mobilita per far saltare tutto.
Sì, l’Europa e il suo establishment sono terrorizzati all’idea che la guerra possa finire. Perché da quella guerra, e dalla sua perpetuazione, dipendono ormai le loro carriere politiche, la tenuta dei governi, la narrazione mediatica costruita in questi anni. La pace, oggi, è vista come un nemico. E l’incontro tra Trump e Putin come una minaccia da neutralizzare.
Sabotatori di professione
Nessun mandato popolare, nessun diritto morale, nessun peso diplomatico. Eppure Ursula von der Leyen, Macron, Meloni, Merz e compagnia si muovono freneticamente per impedire che due leader — uno russo, l’altro americano — possano discutere di come porre fine a una guerra che loro stessi hanno contribuito a prolungare.
Secondo il Wall Street Journal, il fronte euro-atlantico ha già presentato agli Stati Uniti un contropiano per cercare di scavalcare l’accordo in discussione. Al centro, l’ennesima proposta di adesione dell’Ucraina alla NATO (già respinta da Mosca decine di volte) e condizioni “irrinunciabili” per Kiev, come se l’Ucraina fosse in posizione di forza dopo anni di disfatte militari e perdite territoriali.
Non è diplomazia. È un atto disperato di chi ha bisogno che il conflitto continui. Senza la guerra, come giustificare 800 miliardi di euro in riarmo? Come spiegare inflazione, disoccupazione, bollette fuori controllo? Come reprimere il dissenso, la stampa libera, le opposizioni, se non c’è più una “minaccia russa” da sbattere in faccia ai cittadini?
L’Europa non conta nulla
Trump e Putin parleranno di Europa. Della sua sicurezza. Dei suoi confini. Senza l’Europa. È questo il risultato finale della strategia suicida portata avanti negli ultimi tre anni. Un continente che ha rinunciato a ogni autonomia, ha rotto con Mosca, si è inginocchiato davanti a Washington, e oggi guarda impotente mentre altri decidono del suo futuro.
La Russia, dopo aver consolidato il controllo del Donbass e resistito alle sanzioni, si siederà al tavolo da vincitrice. Gli Stati Uniti, nonostante la débâcle strategica, si siederanno comunque da padroni. L’Europa? Nemmeno invitata. E se lo è, solo per applaudire e pagare.
Trump stesso è stato chiaro: si tratta di “scambiare territori”, una via negoziale per fermare le ostilità. Putin, secondo fonti americane, avrebbe già messo sul piatto un cessate il fuoco in cambio del riconoscimento dei territori già controllati. Ma mentre Mosca e Washington ragionano sul dopoguerra, Bruxelles grida allo scandalo. Perché fuori da quei giochi, i burattini restano tali.
Il paradosso europeo: voler fermare la pace per fingere di voler fermare la guerra
Che senso ha presentare l’adesione alla NATO come precondizione per trattare la pace, quando è stato proprio questo il detonatore del conflitto? Che senso ha continuare a parlare di “integrità territoriale” dopo che l’Ucraina ha perso il controllo effettivo di almeno quattro regioni?
In una riunione riservata nel Kent, con la presenza del ministro britannico David Lammy, del vicepresidente USA JD Vance e di rappresentanti UE, è emerso chiaramente: il vero obiettivo non è trattare, ma bloccare. Bloccare la pace, sabotare il dialogo, tirare in lungo. Finché possibile.
È la tattica dell’accerchiato che spara nell’aria per evitare che qualcuno spenga la luce. Perché se domani la guerra finisse, finirebbero anche le scuse, i fondi straordinari, i pieni poteri e la propaganda martellante. Finirebbe un sistema costruito sull’emergenza permanente.
la pace non conviene ai burattini
Trump e Putin possono anche non piacere. Ma oggi sono gli unici due leader con la forza — e il cinismo necessario — per mettere fine a questo disastro. Che lo facciano in Alaska o altrove, è secondario. Il punto è che l’Europa non c’è. Non decide. Non guida. Subisce.
E ora che si apre uno spiraglio per fermare un bagno di sangue, gli stessi che ci hanno trascinati in questo disastro si stanno organizzando per farlo fallire. Altro che democrazia, altro che libertà: i popoli europei non contano più nulla. E i loro leader sono solo comparse in un film scritto altrove.
Ciro Crescentini

